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Oggi il D-day di Brexit. Scozia: nuovo referendum

Secessione britannica dall’Unione europea, secessione scozzese dal Regno Unito. L’immagine, a lungo temuta, di un mondo che esplode non poteva essere più netta, scandita da una sequenza temporale, frutto di conseguenze ben contemplate dalla logica della politica.
Ieri il parlamento di Edimburgo ha votato a favore di nuovo referendum sulla separazione scozzese dal Regno di Elisabetta, oggi sir Tim Barrow rappresentante permanente di Londra a Bruxelles avvierà, formalmente, l’articolo 50 di recesso della Gran Bretagna dai Ventotto.
La lettera con la richiesta di separazione fra Londra e Bruxelles dopo 45 anni di travagliate relazioni sarà portata a mano alle 12 e 30 da sir Tim all’ufficio del presidente Ue Donald Tusk. Entro 48 ore il numero uno dell’Unione manderà ai Ventisette partner le linee guida del negoziato.
La Brexit comincia mentre Edimburgo ritrova la voglia per immaginare una sua “exit” da un Regno ancor più alieno ora che si fa orfano d’Europa. Contrappasso dopo un impennata della storia innescata dal tentativo maldestro di tenere unito un partito – quello Tory – con un referendum divenuto occasione di protesta per tutti: da diseredati senza bandiera, ad anti europeisti a denominazione d’origine. E poi via in un rotolare senza fine di occasioni mancate, coincidenze impossibili, circostanze sfortunate fino al documento che sir Tim presenterà oggi a Donald Tusk. Lo accompagneranno virtrualmente nel breve tragitto verso i palazzi di Bruxelles i boati dei secessionisti scozzesi. Presenterà un documento di alcune pagine che ripercorre i 12 punti sollevati dalla signora premier nel gennaio scorso quando diede consistenza a «Brexit significa Brexit», slogan inalberato come un’armatura dietro la quale mascherare un indefinito atteggiamento politico.
I passaggi più importanti, oltre all’auspicata tutela dei diritti dei cittadini al di qua e al di là della Manica, riguardano la determinazione britannica di lasciare sia il mercato interno sia l’unione doganale. In quell’occasione Theresa May svelò al mondo quanto il mondo sospettava: Londra aveva deciso di sposare la cosiddetta Hard Brexit, addio secco da tutto ciò che è partecipazione a istituzioni comuni. Uno strappo attutito appena dalla riaffermata volontà di «non lasciare l’Europa», di sviluppare piena cooperazione su capitoli come sicurezza e difesa. E naturalmente sul fronte commerciale.
La partita che va a cominciare da oggi dovrà concludersi entro due anni anche se sulla tempistica già ci sono divergenze: Londra considera 24 mesi di trattativa, Bruxelles sembra incline a sforbiciare 6 mesi per consentire la ratifica degli accordi futuri anglo-europei da parte dei Ventisette. I passaggi più delicati riguardano i diritti dei cittadini Ue in Gran Bretagna e dei britannici nella Ue; le intese commerciali future; l’accordo sul conto che Londra deve pagare per sganciarsi dal consesso comune, ovvero quanto dovrà saldare per onorare tutti gli impegni presi nel bilancio in corso d’esercizio. Una cifra che l’Ue rivendica subito, facendo sapere che sarà attorno ai 60 miliardi di euro. La Gran Bretagna non intende considerarla nè nelle dimensioni immaginate, nè nella collocazione presunta, in cima al calendario del negoziato.
I punti di tensione non mancano. Theresa May è consapevole dei rischi che ha deciso di correre ancor di più ora che il parlamento di Edimburgo ha sciolto le ultime riserve votando (69 sì e 59 no) per un nuovo referendum sulla secessione della Scozia dal Regno Unito (nel 2014 finì 55% a favore dell’unione con Londra e 45% contro). Una mossa rigettata da Downing Street con un comunicato di poche parole. «Non avvieremo trattative con la Scozia – ha detto un portavoce – sarebbe ingiusto chiedere al popolo scozzese di pronunciarsi su un tema cruciale senza conoscere i nostri futuri rapporti con l’Europa…».
Sarà stato il timore di una disintegrazione in rapida successione (Edimburgo vorrebbe votare prima della fine dei due anni di trattativa), sarà stata un’inattesa ondata di realpolitik, ma all’avvio della Brexit, Londra tende ad abbassare i toni, aprendosi a scenari di crescente consapevolezza. I compromessi, sembra sapere, dovranno essere tanti. Non si possono leggere diversamente le parole del ministro per la Brexit David Davis, esplicito nel dire che l’afflusso di lavoratori non calerà immediatamente perchè alcune imprese «dipendono dai migranti». O quelle di anonimi, alti funzionari pubblici inequivoci nel dire che chiudere le trattative senza un accordo sarebbe una «rovina». Parole che consegnano all’archivio della storia lo slogan di Theresa – «No deal is better than a bad deal» – scagliato con forza sul tavolo delle trattative. Ma quella, già si sapeva, era solo una variante tattica del negoziato che va a cominciare.

Leonardo Maisano

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