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Ocse: “Cresce la disuguaglianza in Italia l’1% ha il 14 per cento della ricchezza”

Il “top 10%” tra il 2007 e il 2011 ha subito una decurtazione annua dell’1% delle entrate, mentre il 10% più povero ha perso in media il 4%. Risultato, in Italia la disuguaglianza è arrivata a livelli mai visti primi, e adesso l’1% più ricco della popolazione si gode il 14,3% della ricchezza nazionale, una percentuale tre volte superiore a quella della ricchezza detenuta al 40% più povero, che si ferma al 4,9%. Se ci si sposta dai due estremi non va comunque molto meglio: il 21% degli italiani detiene infatti il 60% della ricchezza. L’allarme viene dall’Ocse, e non è limitato all’Italia: il 10% più ricco della media dei 34 Paesi dell’area ha un reddito di 9,6 volte superiore a quello del 10% più povero. La forbice era di7,1 volte negli anni Ottanta, ma aveva già raggiunto le 9,1 volte nei primi anni Duemila. «La disuguaglianza nei Paesi Ocse ha raggiunto il livello più alto da quando abbiamo dato inizio alle rilevazioni. — dice il segretario dell’organizzazione, Angel Gurrìa — L’esperienza ci mostra che una disuguaglianza eccessiva incide negativamente sulla crescita. E dunque le ragioni per un intervento sono economiche, non solo sociali. Se i governi non affronteranno il problema, colpiranno la coesione sociale nei loro Paesi e danneggeranno le prospettive di crescita a lungo termine». Una prospettiva che è il cuore del rapporto Ocse, che s’intitola infatti “In it Together. Why Less Inequality Benefits All”, (tutti insieme, perché una riduzione della diseguaglianza beneficia tutti). Un tempo, ricordano gli analisti dell’organizzazione, molti economisti amavano sottolineare i pregi della disuguaglianza, che sprona i lavoratori della parte bassa della piramide a fare meglio e di più per godere degli stessi vantaggi dei ricchi. Mentre adesso ci si è resi conto che «più disuguaglianza significa che alcuni — i ricchi — sono in grado di godere di maggiori opportunità economiche dei poveri». E poiché i poveri non hanno la possibilità di offrire ai propri figli i vantaggi di una buona istruzione, gli svantaggi si perpetuano, e si allargano.

Alla base della polarizzazione attuale c’è innanzitutto una sempre maggiore sproporzione dei salari tra posizioni di vertice e lavori precari: tra il 1995 e il 2013 il 50% dei posti di lavoro creati nell’area Ocse sono part-time, con contratti temporanei o autonomi. Moltissime di queste posizioni insicure e spesso malpagate sono andate ai giovani. In Italia questo fenomeno è amplificato: il 40% della popolazione nel 2013 era impiegata in lavoro non standard, contro il 33% dell’area Ocse, anche perché il lavoro precario è cresciuto del 24% tra il 1995 e il 2007, la percentuale più alta tra i Paesi Ocse, che presentano una media del 7,3%. E non c’è dubbio, sottolinea il direttore della sezione Lavoro dell’Ocse, Stefano Scarpetta, che «in Italia i contratti temporanei sono più precari che in molti altri Paesi», e garantiscono una remunerazione «molto inferiore» rispetto al tempo indeterminato. Se si fissa a 100 il guadagno medio del lavoratore con posto fisso, quello del lavoratore atipico si ferma a 57. La precarietà ha danneggiato soprattutto i giovani: infatti la percentuale di poveri tra i 18 e i 25 anni in Italia è del 14,7%, superiore alla media Ocse del 13,8%. Al contrario, si sono rafforzate le posizioni degli anziani: solo il 9,3% degli ultrasessantacinquenni è povero contro il 12,6% della media Ocse. Si tratta di una tendenza in peggioramento, infatti la povertà tra i bambini in Italia raggiunge il tasso del 17% contro una media Ocse del 13%.
L’organizzazione di Parigi dà una serie di suggerimenti al nostro Paese: promuovere maggiormente la partecipazione delle donne al mercato del lavoro (il gender gap in Italia è tra i più alti), migliorare la qualità del lavoro, favorire l’istruzione di alto livello non solo tra i giovani ma anche tra chi già lavora, incidere sulla tassazione e sull’evasione fiscale per una più equa distribuzione dei redditi. Suggerimenti che si ripetono un po’ ovunque, fatta eccezione per i “soliti” Paesi nordici Danimarca e Norvegia, che continuano a presentare un basso tasso di disuguaglianza, insieme però a Slovenia e Slovacchia.
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