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Ocse: avanti con le riforme, ora la produttività

Anche l’Ocse certifica la ripresa italiana, con un target di crescita dell’1% nel 2017 (in rialzo di un decimale rispetto alle stime di novembre) e 2018, la stabilizzazione del debito pubblico e l’aumento dell’occupazione. Una ripresa che però non basta, perché la disoccupazione giovanile rimane al 40% contro il 13% registrato nella media dei Paesi più sviluppati, la produttività del lavoro continua a scendere dal 2004 e resta il grande malato italiano e il disallineamento fra le competenze offerte dal sistema formativo e quelle chieste dal mondo del lavoro continua a ostacolare entrambi i fattori.
Quella rappresentata dal nuovo rapporto Ocse, illustrato ieri mattina alla Sala Ciampi del ministero dell’Economia, è un’Italia ancora in mezzo al guado, a metà del percorso fra «riforme che stanno dando risultati» e «sfide importanti ancora da affrontare». «Un rapporto giustamente critico dove deve esserlo e incoraggiante dov’è utile che sia», riassume il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan.
Quattro, in particolare, le sfide indicate dall’Ocse: la produttività, che in Italia rimane bassa e in diminuzione ulteriore (si veda il grafico a fianco), il risanamento bancario, il mercato delle competenze per favorire l’incrocio fra domanda e offerta di lavoro e la lotta alla povertà. La ricetta, nella sintesi del segretario generale Ocse, Angel Gurria, è ancora quella delle «riforme, riforme, riforme», sia nel senso dei nuovi interventi da mettere in cantiere sia nell’ottica dell’attuazione piena di quelli già approvati.
Buona scuola e Jobs Act, per esempio, incassano la promozione Ocse, con Gurria che sottolinea i «3,2 milioni di nuovi contratti a tempo indeterminato creati dal 2015, che hanno aumentato di due punti l’occupazione totale». Ma per attaccare la disoccupazione giovanile resta ancora tutta da percorrere la strada della formazione professionale di livello universitario, che in Italia riguarda solo uno studente su 100 contro il 18% della media Ocse. Da questo punto di vista, sottolinea Gurria, il modello c’è ed è quello degli Its, gli istituti tecnici superiori che danno lavoro al 73% dei loro studenti entro un anno dal titolo. Discorso simile per la produttività, da aggredire con l’attuazione del programma «ambizioso» di Industria 4.0 e l’approvazione «al più presto possibile» della legge sulla concorrenza.
Dal canto suo, Padoan raccoglie gli apprezzamenti dei suoi ex colleghi dell’Ocse e rilancia l’obiettivo della riduzione del debito pubblico (132,9% del Pil nel 2017 secondo l’Ocse) perché «un Paese ad alto debito non può crescere in modo stabile». Fra gli strumenti per ridurre il passivo, accanto all’avanzo primario permanente e alla riduzione del deficit, ci sono anche le privatizzazioni, su cui nei giorni hanno sollevato obiezioni il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio (per Ferrovie) e il presidente del Pd Matteo Orfini (per Poste); sul nodo poste è tornato ieri a ribadire le proprie «preoccupazioni e perplessità» anche il sottosegretario allo Sviluppo economico Antonello Giacomelli, rimandando la questione nell’assemblea del gruppo Pd alla Camerain programma mercoledì.
Ma nell’ottica di Padoan il piano scritto nel programma di bilancio, con l’obiettivo di raccogliere da qui entrate per mezzo punto di Pil, è confermato «e non solo per ragioni di cassa. I timori che la privatizzazione faccia cambiare le strategie delle aziende sono semplicemente sbagliati – taglia corto Padoan – perché lo Stato rimane al posto di guida». E anche sul ripensamento della manovra correttiva, dopo lo stop agli aumenti di accise arrivato dalla direzione Pd, il ministro non dà nulla per scontato: «Nelle due lettere a Bruxelles abbiamo scritto che stiamo valutando una serie di strumenti sulle entrate e sulle uscite: lo ribadisco». Le decisioni finali sulla composizione dell’aggiustamento dipenderanno anche dal via libera europeo all’estensione dello split payment alle società pubbliche, piatto forte del pacchetto anti-evasione in cantiere con la correzione.

Gianni Trovati

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