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Occhio ai barometri del rischio

Basta un tweet per innescare un improvviso picco di volatilità. Un «cinguettio» del presidente Trump che annuncia nuovi dazi contro la Cina. O magari le dichiarazioni di un deputato della Lega sull’utilità di un’uscita dell’Italia dall’euro. E poi ci sono i dati sul Pil, le proiezioni delle banche d’affari, i flussi di capitale in entrata e in uscita, il bilancio quotidiano delle sedute di Borsa. Tutte informazioni utili, che però finiscono per confondersi in un fastidioso rumore di fondo, fattore di disturbo anziché supporto alle decisioni d’investimento, se non si è in grado di trovare una sintesi: un numero che, ad esempio, fotografi l’evoluzione della propensione al rischio sui mercati, segnalando improvvise vampate di paura. O indichi la traiettoria della crescita economica, sopra o sotto le aspettative degli analisti.

È proprio questa la funzione di alcuni speciali indicatori, sviluppati da grandi istituzioni internazionali, come l’Ocse, banche d’affari e società di gestione del risparmio, che aggregano decine di parametri, per misurare, come un termometro, la temperatura della crescita e le fibrillazioni dei listini.

La stato delle cose

Qual è il tasso di nervosismo sul mercato? I sei barometri del rischio presi in esame dall’Economia – dal Vix (che esprime la volatilità nell’azionario Usa) al «cugino» Vstoxx (relativo al mercato europeo), agli indici disegnati da Bank of America Merrill Lynch, Citi, State Street e Axa im, tutti segnalano una diminuzione dello stress finanziario rispetto a tre mesi fa. «Siamo in uno scenario neutrale: gli investitori possono attendersi rendimenti coerenti con le performance medie di lungo termine per le rispettive classi di attivo», rileva Jeremy de Pessemier, senior investment strategist di State Street Global Advisors.

Dal 12 settembre scorso, anche il Macro risk indicator di Citi si è tenuto sotto la soglia di 0,50 che identifica un livello medio di avversione al rischio. «Dal 1999 in avanti, l’S&P500 ha consegnato un rendimento del 13,2% annualizzato quando l’indice si trovava in quest’area, mentre un valore sopra 0,50 si è accompagnato a delle perdite del 7% l’anno», osserva Kristjan Kasikov, strategist quantitativo di Citi. Stupisce però che il clima generale stia rapidamente facendo riemergere un certo appetito per il rischio: nonostante l’escalation di tensioni sul fronte commerciale, i timori per il rallentamento della crescita cinese, i mercati emergenti di nuovo sotto pressione. Senza contare l’incertezza sui conti pubblici dell’Italia.

«Non parlerei di un atteggiamento troppo compiacente da parte degli investitori: in realtà molto dipende dalla presenza delle banche centrali, che attutiscono le reazioni a eventuali notizie negative», spiega Anshul Gupta, analista di Bofa Merrill Lynch. Il mercato, però, sta sottovalutando un altro aspetto: «le classi di attivo sono care. Significa che se ci fosse una correzione, tutti i portafogli subirebbero delle perdite», annota Alessandro Tentori, cio di Axa im. Per adesso, «le preoccupazioni sull’Italia hanno causato solo un leggero aumento dell’avversione al rischio, certificata dal nostro Market regime indicator», osserva de Pessemier. Il momento della verità, secondo Tentori, arriverà il 15 ottobre, quando il Documento programmatico di bilancio (Dpb) verrà trasmesso a Commissione europea ed Eurogruppo, mettendo gli investitori nelle condizioni di leggere il contenuto della manovra. Intanto, «la crescita robusta, malgrado alcuni segnali di indebolimento fuori dagli Stati Uniti, e l’inflazione sotto controllo, continuano a offrire un contesto favorevole ai risky asset», annota lo strategist di State Street.

Le ipotesi

La ripresa globale, tuttavia, potrebbe perdere vigore: gli indici sulla sorpresa economica elaborati da Citi per misurare il divario tra le aspettative e la realtà dei numeri, suggerisce che negli ultimi tre mesi i dati relativi a Usa ed Europa sono stati inferiori alle attese. Anche il global composite pmi, (JPMorgan e Markit), che esprime la fiducia dei responsabili agli acquisti, denota un marginale peggioramento, ma rimane sopra i 50 punti che separano l’espansione da una contrazione dell’attività. I Leading indicatore dell’Ocse, invece, costruiti per prevedere con 6/9 mesi d’anticipo l’andamento dell’economia sono scesi da maggio sotto i 100 punti (tendenza di lungo termine) a segnalare una traiettoria meno brillante. «Ma nessuna recessione è in vista — rassicura Tentori — Si tratta solo di un ribilanciamento».

Pieremilio Gadda

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