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«Occasione unica per ripartire»

Alessandro Benetton non vuol parlare di ottimismo o di pessimismo. «Non è quello che ci garantirà di tornare a crescere come in altri periodi della nostra storia. Ma dobbiamo capire che alla fine degli anni Novanta si è concluso un ciclo della nostra storia industriale. E che oggi le nostre tante grandi e piccole imprese hanno condizioni eccezionali, irripetibili direi, per tornare a spingere la ripresa, a crescere, a fare utili e occupazione. A cominciare dall’eccezionale manovra di stimolo economico varata dalla Banca centrale europea, da Mario Draghi». 
Ma questa grande liquidità sinora ha fatto fatica ad arrivare alle aziende, alle imprese, alle famiglie…
«E’ evidente che non siamo più in tempi nei quali i soldi, come si diceva ai tempi della finanza facile di qualche anno fa, “non sono un problema”. Oggi contano i progetti, la capacità di indicare una strada di sviluppo tale per cui gli investitori possano decidere di girare i propri soldi. Sono sicuri quanti lamentano la possibilità di poter contare su finanziamenti di avere un’offerta buona?».
Ma è un continuo sentir dire che in Italia investire è difficile, soprattutto dall’estero…
«Abbiamo appena raccolto 300 milioni per una tranche di fondo di investimento con molti investitori esteri che sanno perfettamente che noi useremo quei soldi per entrare e affiancare imprenditori italiani. E’ il nostro mestiere come 21 Investimenti: individuare e selezionare aziende con un business solido che hanno potenziali di crescita, se investitori stranieri ci consegnano decine di milioni, possiamo pensare di essere bravi, ma anche che l’Italia e le sue imprese sono valide e attraenti».
Eccezioni ce ne sono sempre…
«Non si tratta di eccezioni. Le dicevo che si deve capire che il mondo è cambiato…»
Le cifre macroeconomiche ce lo dicono tutti i giorni.
«Ovvio, ma dobbiamo trarne le conseguenze. Era Einstein che diceva che non si può continuare a fare le stesse cose nello stesso modo e sperare di avere risultati diversi».
Concretamente che significa?
«Per esempio che anche se si è una piccola e media impresa si deve avere un metodo che permetta di competere con le grandi imprese. E questo sia in termini di marketing, di export. La misura non è il fatturato».
Non ci starà dicendo che il fatturato adesso non conta?
«Certo che conta ma non deve diventare un alibi. Le faccio un esempio che ci riguarda solo perché lo conosco bene. La mia società, 21 Investimenti, che peraltro ha creato in 7 anni 1.200 posti di lavoro, ha ceduto la catena di cinema The Space a un grande gruppo inglese. I suoi ricavi erano sotto il 200 milioni, quindi da media impresa, ma lavorando nel campo dei diritti cinematografici, aveva bisogno di entrare in un grande gruppo per poter avere maggiore potere contrattuale con le major americane e quindi maggiori possibilità di investimenti».
Si però così un’azienda italiana è diventata straniera.
«Un altro alibi. Su The Space già noi abbiamo investito 80 milioni in 5 anni riportandola alla redditività, secondo lei gli inglesi l’hanno comprato per spenderci di più e quindi far crescere e guadagnare il loro investimento o per chiudere l’azienda buttando soldi? Ma quante aziende italiane sono diventate eccellenze mondiali pur avendo azionisti esteri? E quanti imprenditori italiani hanno venduto la loro impresa perché hanno capito che da soli non ce la facevano ma stanno reinvestendo in altre aziende italiane e magari ricominciando da capo?».
Forse hanno ceduto perché le banche non gli sono state a fianco.
«Altro alibi. Le banche danno soldi se credono in un progetto. Delle due l’una o ci si rivolge a una cattiva banca (e anche lei farà una brutta fine) o, se il progetto è buono e la banca è in grado di valutarlo vedrete che i soldi arriveranno. Altrimenti l’Italia sarebbe completamente ferma».
Ma non è un po’ troppo semplice.
«Non sto dicendo che non sia necessario un quadro favorevole, o che nonostante quanto fatto nel campo delle riforme si debba fare molto di più, come ha chiesto ancora Draghi. Ma se con i tassi bassi che ci sono, la liquidità garantita della Bce, la flessibilità europea che si manifesta non riusciamo a crescere hanno ragione Alesina e Giavazzi a essere preoccupati. E’ chiaro che si devono cambiare i paradigmi imprenditoriali e che oltre all’italica intuizione servono progettualità, metodo e innovazione».
Sì ma noi non abbiamo una Silicon Valley.
«Sarebbe tutto più facile se ce l’avessimo. Ma si può innovare anche in altri campi. Mi scusi se le faccio anche un altro esempio che ci riguarda: Pittarosso. Innovare nella vendita delle scarpe non è facile no? Eppure è diventato simbolo del fast fashion del settore, è il primo cliente italiano di Nike. E adesso con i nuovi soci esportiamo il modello anche in Francia. Forse se la smettessimo con la negatività…».
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