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Obiettivo Pmi per le banche africane

Bisogna sviluppare i servizi finanziari alle persone e costruire quelli alle medie imprese. Ma il sistema bancario dell’Africa sub-sahariana ha fatto passi da gigante negli ultimi vent’anni, è rimasto immune dalla crisi dei derivati e ha saputo sviluppare un tessuto di istituti finanziari locali in grado di crescere e di supportare le imprese straniere intenzionate a far business nel continente. È questo il ritratto che emerge – pregi e debolezze – dallo studio appena condotto dalla Bei, la Banca europea per gli investimenti che, a dispetto del suo core business, in Africa è presente dal 1963 e da allora ha erogato 14 miliardi di euro di finanziamenti.
Sgombriamo subito il campo: di banche italiane, nell’Africa sub-sahariana, non c’è ombra. Non mancano invece le inglesi, come Barclays, molto forte nel continente, o le francesi come Société Générale e Bnp Paribas. E soprattutto, non mancano i campioni locali. Il Sudafrica è il traino di tutto il continente e la fa da padrone: almeno nove delle sue banche operano in altri sei paesi africani e il suo fiore all’occhiello, la Stanbic, copre praticamente tutta l’area centro-meridionale del continente. Dietro al Sudafrica, i paesi con i sistemi bancari più evoluti sono sostanzialmente tre, la Nigeria, Mauritius e il Kenya. Tutto il resto segue a un considerevole distacco.
Gli altri grandi istituti bancari invece sono tre. Ecobank – ufficialmente domiciliata in Togo, ma con circa la metà del business realizzato in Nigeria – è la più internazionale, potendo vantare una presenza diretta in 33 dei 45 paesi dell’Africa sub-sahariana. Poi c’è la nigeriana United Bank for Africa, forte in tutta la parte occidentale del continente e anche in quella centrale, dalla Repubblica democratica del Congo al Kenya alla Tanzania; e infine c’è il gruppo Bank of Africa, che ha il quartier generale in Mali e opera in altri 11 stati.
«Questi istituti, insieme alle grandi banche straniere presenti, sono in grado di offrire un supporto adeguato ad aziende straniere che operano nell’Africa sub-sahariana», assicura Debora Revoltella, a capo dell’Economics department della Bei. Il tema del sottodimensionamento del sistema bancario, piuttosto, riguarda le aziende locali, che però sono quelle che dovrebbero assicurare il vero sviluppo diffuso del continente. «Le banche africane – prosegue Revoltella – sono attive per quanto riguarda i grandi progetti di investimento. Dall’altro lato, per le piccolissime imprese, il sistema del microcredito rappresenta un canale di finanziamento. Il problema è la fascia di mezzo». Colpa delle banche africane, che non rischiano, ma anche delle aziende, che non sono in grado di presentare progetti cosiddetti “bancabili”, dalla stesura dei bilanci ai piani di business.
In ogni caso è qui, lungo questa fascia di medie imprese, che c’è un potenziale enorme da liberare. La stessa Bei è impegnata con diversi progetti che coinvolgono tanto le banche quanto le imprese. E dalle stesse istituzioni del continente qualcosa comincia a muoversi: il governatore della banca centrale della Nigeria ha messo attorno a un tavolo contadini, banche e imprese alimentari. Un compito da ministro dello sviluppo economico, certo. Ma solo così si è potuto fare qualcosa per un paese che esporta immani quantità di pomodori e poi però importa tutti i barattoli di salsa di cui ha bisogno perché la locale industria della trasformazione non riesce a decollare.
Accanto ai servizi per le imprese di fascia media, l’altro grande salto che il sistema finanziario africano deve ancora compiere è nei servizi alle persone. In media, solo il 24% della popolazione ha accesso ai servizi finanziari. Ma il 40% ha un telefonino. «La chiave dello sviluppo è nel mobile banking – sostiene Revoltella – e il modello è quello del Kenya, dove in pochi anni è stata raggiunta un’ampia fetta della popolazione, dove lo stato riesce attraverso il cellulare a erogare i sussidi alle famiglie povere e dove anche le compagnie telefoniche riescono a guadagnarci la loro fetta di business. La Bei stessa crede nel mobile banking come strumento per incrementare l’accesso ai servizi finanziari ed è impegnata con diversi progetti di assistenza tecnica a favorire lo sviluppo di questo strumento».
In Africa la Banca europea per gli investimenti sostiene anche lo sviluppo del sistema infrastrutturale, con finanziamenti che nel 2012 sono stati pari a 700 milioni di euro. Un canale interessante, questo, per le imprese italiane che vogliono sbarcare sul continente. Che ora hanno a disposizione anche uno strumento nuovo: a gennaio l’Unione del Maghreb ha lanciato una banca dedicata al finanziamento delle nuove infrastrutture dell’area. I paesi interessati sono cinque – Mauritania, Algeria, Libia, Marocco e Tunisia – il capitale iniziale a disposizione è di 100 milioni di dollari. Che dovrebbero già essere pronti ai nastri: le prime operazioni sono attese entro la fine di marzo.

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