Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Obiettivo 8 miliardi in 14 giorni

Mancano due settimane e sette o otto miliardi per trovare fra il governo e la Commissione Ue la tregua sul bilancio che pochi giorni fa sembrava lontanissima. Oggi invece l’obiettivo di evitare una procedura europea sui conti dell’Italia non è più distante come prima, a giudicare da come è cambiato l’approccio dei vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini: chi ha parlato con loro negli ultimissimi giorni li ha trovati attenti alle cifre del bilancio e alle possibili strade per un compromesso, quando ancora poco tempo fa erano riluttanti anche solo a farsi spiegare i dettagli del problema. Fosse ancora sul tavolo oggi — osserva una delle persone coinvolte nel negoziato — forse i due leader del Paese accetterebbero quanto in settembre scorso proponeva il ministro dell’Economia Giovanni Tria: ambizioni ridotte rispetto alle promesse elettorali, ma nel 2019 un deficit appena sotto il 2% del prodotto lordo definito d’intesa con Bruxelles.

Questa è ancora la condizione a cui Jean-Claude Juncker e Pierre Moscovici, presidente della Commissione Ue e commissario agli Affari economici, sarebbero disposti a tirare il freno su una procedura; altrimenti intendono proporla il 19 dicembre, con le relative richieste di correzione all’Italia. Dati i tempi di preparazione delle decisioni europee, questo calendario comporta che per evitare gli ingranaggi della procedura l’Italia debba accettare un accordo credibile al più tardi il 17 dicembre: poco più di dieci giorni per chiudere con un’incertezza che dura dal primo giorno di governo e ha fatto raddoppiare il costo di finanziamento del debito pubblico.

Sul tavolo di Bruxelles è dunque, di nuovo, l’accordo già possibile a settembre. La differenza da allora — quando Tria perse, Di Maio esultò dal balcone di Palazzo Chigi e Salvini scandì in Piazza Venezia «me ne frego di Bruxelles» — è che quasi niente oggi è uguale. E non solo perché il Tesoro rischia di affrontare tensioni nei collocamenti dei titoli di Stato della prima parte del 2019. Ora è anche chiaro che dall’estate l’economia italiana si sta contraendo, dunque la prospettiva che il debito pubblico salga l’anno prossimo è concreta. Quanto alle banche, devono rifinanziare il 15% delle loro passività entro il 2020 ma ormai le tensioni sul debito pubblico fanno sì che abbiano quasi tutte perso l’accesso al mercato e una probabile nuova offerta di liquidità a lungo termine della Banca centrale europea (Tltro) non potrà comunque rimuovere il problema. In più incombe la fine degli acquisti di titoli di Stato da parte della stessa Bce mentre l’economia europea rallenta e le ricadute della Brexit restano una minaccia.

Le scelte

Sul tavolo della Commissione torna l’ipotesi sui conti circolata a settembre

Anche l’orizzonte politico si è fatto meno chiaro per il governo italiano. Tutti gli altri Paesi gli chiedono di correggere il bilancio, l’ultimo sondaggio di Ipsos pubblicato dal Corriere mostra che il 60% degli italiani vuole un compromesso con Juncker e l’ipotesi di un cambio di stagione a Bruxelles dopo le Europee sembra debole: il complesso delle forze sovraniste ed euroscettiche di destra ha circa il 16% nell’attuale Parlamento Ue e i sondaggi indicano che al momento non sta guadagnando seggi.

Juncker e Moscovici fiutano questi fattori che spingono l’Italia a un accordo e vogliono facilitarlo. Per il presidente della Commissione Ue sarebbe inestimabile dimostrare che ormai accetta le regole europee persino un governo partito dagli insulti contro «gli euroburocrati non eletti da nessuno» e dal rifiuto di tutte le autorità indipendenti. Ma Juncker non può fare troppi sconti, anche perché la pressione dell’ala più intransigente a Bruxelles e nell’area euro resta forte: lui e Moscovici chiedono che Roma rinunci in modo permanente — non con un semplice rinvio della data di partenza — a circa 7 o 8 miliardi dai programmi di spesa in bilancio; cioè dai piani sulle pensioni e sul reddito di cittadinanza. Le figure più tecniche del governo — Tria, il premier Giuseppe Conte, il ministro degli Esteri Enzo Moavero — hanno preparato il terreno in modo più o meno confidenziale. Ora tocca a Salvini e Di Maio decidere se vogliono interrompere la loro campagna elettorale permanente e iniziare a governare.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Ai tempi delle grandi manifestazioni contro la stretta cinese, le file degli studenti di Hong Kong a...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

L’ingresso nel tempio della finanza tradizionale pompa benzina nel motore del Bitcoin. Lo sbarco s...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

L’Internet super-veloce e la fibra ottica sono un diritto fondamentale, costituzionale, che va ass...

Oggi sulla stampa