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Obiettivo 11 per cento Ghizzoni spinge le vendite per alzare il patrimonio

Grande vendita di fine anno. L’amministratore delegato di Unicredit, Federico Ghizzoni, ha deciso di accelerare quanto più possibile sulla cessione di asset in quest’ultima parte del 2014 con lo scopo di aumentare il livello di patrimonializzazione della banca e di mostrarlo agli investitori già nel bilancio in corso. È in dirittura d’arrivo la cessione di Uccmb, la piattaforma per la gestione dei crediti problematici, che conterrà anche un portafoglio di non performing loans della stessa banca per 2,5 miliardi. Una cifra inferiore alla stima iniziale (4 miliardi), forse perché il prezzo pagato per questi crediti problematici è molto basso, soltanto il 10 per cento del loro valore. Sempre più, comunque, di quello che fu pagato dal fondo Cerberus un anno fa (si parla del 4 per cento) per un lotto da 1 miliardo. Dall’operazione di cessione alla cordata formata da Fortress e da Prelios, la banca guidata da Ghizzoni dovrebbe ricavare circa 300 milioni per la sola società e circa 250 milioni per i crediti problematici (il 10 per cento, appunto, di 2,5 miliardi). Gli analisti di Banca Imi calcolano che questa dismissione produrrà un impatto positivo di circa 20 basis points sul Core Tier1 (Cet1). Considerando anche gli effetti della vendita della piattaforma online Dab Bank a Bnp Paribas , il Cet1 di Unicredit dovrebbe toccare quota 11 per cento a fine dicembre di quest’anno. Un obiettivo importante per almeno due motivi. Il primo è che l’attuale livello di Cet1,

il 10,4 per cento, pur avendo fatto superare a Unicredit l’esame dell’asset quality review e degli stress test europei, ha messo a nudo il fatto che il gruppo italiano si situi al livello più basso tra le banche di sistema più grandi. Che invece superano quasi sempre l’11 per cento, con una media delle inglesi intorno al 12, di quelle francesi tra l’11 e il 12. È chiaro, quindi, che a Unicredit manca un buffer più elevato rispetto al minimo assoluto del 10 per cento. Nei confronti con Intesa Sanpaolo, che ha il 12,9 per cento, la banca di Ghizzoni addirittura sfigurava. Insomma, è vitale per l’istituto di Piazza Cordusio aumentare la dotazione di capitale. Ovviamente, dopo l’aumento di capitale mostre del 2012, 7,5 miliardi di euro, non sono più state né sono all’ordine del giorno altre capitalizzazioni. Quindi l’unica strada è continuare a vendere asset o crediti problematici. Del resto, a guardare il percorso già effettuato, molto è stato fatto. È stato ceduto il 10 per cento della banca polacca Pekao e ed è stato portato nel giugno scorso in Borsa il 35 per cento di Fineco, la società di asset gathering. Unicredit vuole quindi presentarsi alla nuova autorità di vigilanza, la Bce, che ha da poco predisposto altre verifiche per l’inizio del 2015, con tutte le carte in regola per sedere al tavolo delle “grandi”. Il secondo obiettivo, o per meglio dire un corollario del primo, è rendere più appealing il titolo per gli investitori. “In queste condizioni di mercato, con tassi d’interesse bassissimi e tendenti ancora alla discesa – spiega Massimo Figna, ad di Tenax Capital e gestore del Tenax Ucits Financial Fund – il prezzo dell’azione di una banca sarà sempre più guidato dalla capacità di generare dividendi interessanti, come dimostrano gli esempi storici alle nostre spalle. Le azioni di società capaci di generare dividendi sono state quelle che, dopo il 2008, sono state premiate in Borsa. Quindi è vitale per un istituto di credito aumentare questa capacità”. Proprio la situazione di tassi d’interesse bassissimi diventa per le banche italiane, inclusa Unicredit, un elemento di preoccupazione. Gli istituti del nostro paese, infatti, traggono storicamente il proprio utile operativo per il 70 per cento dal margine d’interesse e per il 30 da commissioni e fees. Ma in un mondo di tassi d’interesse flat, il margine d’interesse non può offrire buone prospettive, e non è un caso che – come scrive Mediobanca Securities nel suo report del 12 novembre a proposito del terzo trimestre 2014 – “i ricavi siano stati inferiori alle attese anche a causa di prestiti e depositi scesi dell’1 per cento”. In queste condizioni di bassi tassi, è urgente per le banche italiane aumentare la seconda componente dell’utile operativo, cioè le commissioni e le fees da intermediazione. Una strada che è sempre stata seguita dalle banche del Nord Europa e che è stata intrapresa con forza, ad esempio, in tempi recenti da Intesa Sanpaolo con discreto successo. Per la banca guidata da Carlo Messina questa voce è infatti aumentata del 12 per cento nell’ultimo quarter, grazie a uno spostamento di asset dei clienti dal risparmio amministrato a quello gestito. In Unicredit questa strategia però, non sembra essere stata implementata. «Anzi, paradossalmente – commenta un analista – Unicredit è in procinto di vendere una parte di Pioneer, proprio adesso che con i bassi tassi sarebbe opportuno accrescere i ricavi da commissioni. Quella dell’asset management è un’attività che assorbe poco capitale e fa guadagnare di più durante le fasi di bassi tassi». «Ma Unicredit – nota un altro analista – non ha mai davvero creduto e puntato con forza su Pioneer e adesso si prepara a usarlo come pedina di scambio per fonderlo con una realtà più grande, magari portando a casa anche dei soldi». Nonostante questi problemi sul tappeto, tuttavia, gli analisti vedono rosa, a causa soprattutto dei bassissimi multipli: Il price- to-book è più basso del 23 per cento rispetto a Intesa. Ben il 46,3 per cento delle banche d’investimento consiglia quindi di comprare azioni, contro il 36,6 che consiglia di mantenere le posizioni e un 17,1 che vede nero e suggerisce di vendere. Il target pricemedio del consensus di Bloomberg è di 6,58 euro, contro il 5,93 di venerdì scorso, con upside potenziale di circa il 12 per cento. La più ottimista è Manuela Meroni di Banca Imi che assegna un prezzo-obiettivo di 7,77 euro.

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