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Obbligo di irrilevanza fiscale per le rinunce crediti dei soci

Rinunce crediti dei soci con obbligo di irrilevanza fiscale complessiva di tutta l’operazione. La possibile tassazione in capo alla società deve essere la conseguenza di una deduzione goduta dal socio rinunciante. Se ciò non avviene, la nuova regola ex art. 88, comma 4 Tuir non deve trovare applicazione.

Dal 1° gennaio 2016, in forza del dlgs n. 147/15, con l’art. 13, comma 1 lett. a) il nuovo comma 4 bis dell’art. 88 Tuir prevede «la rinuncia dei soci ai crediti si considera sopravvenienza attiva per la parte che eccede il relativo valore fiscale. A tal fine, il socio, con dichiarazione sostitutiva di atto notorio, comunica alla partecipata tale valore; in assenza di tale comunicazione, il valore fiscale del credito è assunto pari a zero. Nei casi di operazioni di conversione del credito in partecipazioni si applicano le disposizioni dei periodi precedenti e il valore fiscale delle medesime partecipazioni viene assunto in un importo pari al valore fiscale del credito oggetto di conversione, al netto delle perdite sui crediti eventualmente deducibili per il creditore per effetto della conversione stessa». Grazie anche al contenuto della relazione di accompagnamento è possibile individuare le finalità della innovazione nella volontà di rendere speculari gli effetti di tale operazione in capo al socio e in capo alla società. Il caso è quello in cui il socio creditore prima della rinuncia abbia ridotto il costo fiscale del credito mediante una svalutazione o una perdita deducibile. Si ipotizzino:

Caso 1

 

Il socio iscrive un credito per 100 e il debitore un debito di uguale importo;
il socio deduce una perdita su crediti sullo stesso per 40, portando il costo fiscalmente riconosciuto del credito a 60;
il socio rinuncia al suo credito imputando 60 a incremento del valore della partecipazione mentre il debitore registrerà un incremento patrimonio pari a 100 che in base alla precedente normativa non aveva alcun effetto fiscale mentre ora dà luogo ad una tassazione pari a 40 (differenza tra valore nominale del credito e valore fiscale autocertificato dello stesso da aperte del creditore).Caso 2
Il socio iscrive un credito per 100 che ha però un valore nominale pari a 130. Ciò in forza di un acquisto da un terzo soggetto dello stesso a un prezzo inferiore al nominale;
in tal caso il precedente socio (cedente) registra una perdita su crediti pari alla differenza tra valore nominale e prezzo di vendita del credito ( 30);
il socio (acquirente) rinuncia all’intero suo credito vantato incrementando il costo fiscalmente riconosciuto della partecipazione per 100;
la società debitrice registrerà un incremento patrimonio pari a 130 che in base alla precedente normativa non aveva alcun effetto fiscale mentre ora dà luogo a una tassazione pari a 30 (differenza tra valore nominale del credito e valore fiscale autocertificato dello stesso da parte del creditore).È con riguardo a tale situazione che la delega ha voluto porre rimedio con il nuovo comma 4 bis dell’art. 88 che ha poi comportato un restyling anche degli artt. 94 , comma 6, e 101 , comma 7 Tuir, prevedendo che l’ammontare della rinuncia al credito, che si aggiunge al costo fiscale delle partecipazioni nella società debitrice, rileva «nei limiti del valore fiscale del credito oggetto di rinuncia».

Le nuove regole sembrano invece trovare la loro ratio nell’individuazione di un trattamento speculare tra remittente e debitore. Applicando le nuove regole si ottiene che quanto è stato dedotto in capo a un soggetto diviene materia imponibile in capo al debitore. Ma la norma non sembra porre limite soggettivo. Nel senso che non viene specificata la natura del soggetto remittente per dare applicazione all’art. 88.

Ciò parrebbe portare a considerare applicabile la novità anche nel caso di partecipazione all’operazione da parte di persone fisiche. Si ipotizzi che la cessione di una partecipazione e di un credito avvenga tra Rossi e Bianchi persone fisiche e che il credito sia ceduto a un prezzo inferiore al suo valore nominale. Letteralmente la successiva rinuncia da parte di Bianchi parrebbe generare una sopravvenienza attiva tassata in capo alla partecipata pari alla differenza tra valore nominale del credito rinunciato e prezzo di acquisizione dello stesso. In effetti però se si dovesse dar rilevanza alla specularità come sopra descritta, tale risultato non risulterebbe coerente. Così facendo si giungerebbe a individuare in capo alla partecipata materia tassabile senza che prima tale importo abbia dato luogo a alcuna deduzione in capo a un altro soggetto.

Norberto Villa e Franco Cornaggia

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