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Obblighi Iva «non scaricabili»

Il diritto comunitario non ammette la corresponsabilità dell’appaltatore per gli obblighi Iva non assolti dal subfornitore. È questo il senso della denuncia elaborata dall’Associazione dei Dottori Commercialisti (Aidc), sezione di Milano, come espressione dell’attività svolta dalla Commissione per l’esame della compatibilità di leggi e prassi tributarie italiane con il diritto dell’Unione europea.
La denuncia alla Commissione europea, quasi simultanea all’analoga iniziativa adottata da Confindustria sul medesimo tema, riguarda l’articolo 35, comma 28 del Dl 223/2006, nel testo da ultimo modificato dal Dl 22 giugno 2012, n. 83, convertito con modificazioni dalla legge 134/2012. Secondo questa disposizione, l’appaltatore risponde in solido con il subappaltatore, nei limiti dell’ammontare del corrispettivo dovuto, del versamento all’erario delle ritenute fiscali sui redditi di lavoro dipendente e del versamento dell’imposta sul valore aggiunto dovuta dal subappaltatore all’erario in relazione alle prestazioni effettuate nell’ambito del rapporto di subappalto. Il successivo comma 28-ter dell’articolo 35, Dl 223/2006 prevede che l’appaltatore possa liberarsi della responsabilità solidale con il subappaltatore con le seguenti modalità: attraverso la verifica diretta della documentazione fiscale e contabile del subappaltatore; ovvero ricevendo dal subappaltatore una certificazione del corretto espletamento delle ritenute e dei versamenti Iva. La certificazione deve attestare il versamento dell’Iva i cui termini siano già scaduti e deve essere rilasciata e asseverata dai soggetti abilitati, cioè, ad esempio, dai Caf o dagli iscritti all’Albo dei dottori commercialisti ed esperti contabili. In alternativa, il subappaltatore può rilasciare una dichiarazione sostitutiva in cui attesti l’avvenuto adempimento degli obblighi di versamento.
La norma nazionale impone all’appaltatore di procedere alla verifica diretta o di ricevere la certificazione prima di effettuare il pagamento, che può essere sospeso nel caso in cui il subappaltatore non consegni i documenti contabili e fiscali o la certificazione. Nel caso in cui l’appaltatore effettui il pagamento del corrispettivo pattuito prima di effettuare le verifiche è prevista una sanzione pecuniaria da 5.000 a 200.000 euro.
Infine, trattandosi di un rapporto di solidarietà, nei confronti dell’appaltatore valgono le disposizioni che regolano l’accertamento dell’imposta dovuta a carico del subappaltatore, anche in riferimento ai termini decadenziali, con il prescritto obbligo che tali atti siano notificati anche all’appaltatore.
Le motivazioni dell’incompatibilità si fondano essenzialmente sul principio di proporzionalità, come interpretato dalla Corte di giustizia. Nel dettaglio, la denuncia dell’Aidc ricorda che la Corte di giustizia impone agli Stati membri, che intendono introdurre la solidarietà del pagamento dell’imposta a carico di un soggetto diverso dall’effettivo debitore, il rispetto dei principi di proporzionalità, certezza del diritto e legittimo affidamento.
Nel caso di specie, tali principi non sono rispettati.
In particolare, la norma nazionale viene censurata nella parte in cui prevede l’insorgere della solidarietà indipendentemente dall’esistenza di un effettivo quadro frodatorio, di cui sia a conoscenza l’appaltatore, ovvero dal fatto che l’appaltatore fosse a conoscenza, o avesse ragionevoli motivi per sospettare, che l’imposta non sarebbe stata, in tutto o in parte, versata.
Anche sotto il profilo procedimentale, la norma appare sproporzionata laddove costringe l’appaltatore a divenire parte in causa nei confronti dell’amministrazione finanziaria, in dipendenza degli atti di accertamento emessi nei confronti del subappaltatore, in caso di effettivo mancato rispetto degli obblighi di versamento dell’imposta, senza che l’obbligato solidale abbia modo di difendersi sul merito, non avendo avuto accesso alla documentazione del suo dante causa.

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