Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Obama-Romney divisi su fisco e finanza

L’America di Barack Obama. O quella di Mitt Romney. Per chi le guarda da fuori saranno sicuramente diverse. Nelle loro proiezioni esterne saranno invece molto simili. Con una possibile eccezione, che riguarda l’Iran.
La politica estera americana post-11 settembre si regge su due gambe, quella diplomatica e quella militare (la guerra al terrorismo). Cominciamo dalla seconda. Appena entrato nell’Ufficio Ovale, Obama ha siglato il decreto presidenziale – o executive order – numero 13.491, con il quale vietava l’uso di pratiche di interrogatorio ultra-aggressive quale il waterboarding e ordinava la chiusura delle carceri segrete usate dalla Cia nelle extraordinary rendition di sospetti terroristi. Quindi una rottura con il suo predecessore repubblicano. Ma le differenze si sono fermate lì. Perché non è stata chiusa la madre di tutte le prigioni, quella di Guantanamo, a Cuba, ed è stata data una forte accelerazione alla tattica degli attacchi missilistici clandestini con i droni avviata il 3 novembre di dieci anni fa nel deserto Ma’rib dello Yemen da George W. Bush. Tattica destinata a rimanere in voga anche in caso di vittoria repubblicana, perché Romney ha dichiarato di sostenerla.
La «gamba diplomatica»
Venendo alla “gamba” diplomatica della politica estera, l’unica differenza sostanziale, secondo gli esperti, potrebbe riguardare l’Iran. In campagna elettorale Romney si è dichiarato molto più aggressivo e meno paziente. Una sua amministrazione potrebbe dunque aderire alla richiesta del leader israeliano Benjamin Netanyahu di lanciare un ultimatum a Teheran sul programma nucleare. Il che ovviamente inasprirebbe una situazione già molto tesa, introducendo la prospettiva di una nuova guerra. Ma Romney non ha la matrice ideologica di George W. Bush. E non è molto probabile che arrivi a portare il Paese in guerra, viste le evidenti conseguenze sui conti economici e il rischio di un’esplosione del prezzo del petrolio. Insomma, in termini di politica estera dentro o fuori degli Stati Uniti dovrebbe cambiare poco.
In politica interna l’America di Romney sarebbe invece sostanzialmente diversa da quella di Obama. E i riflessi delle sue scelte economico-finanziarie interne potrebbero avere un forte impatto su tutto il mondo.
Seppur con risultati chiaramente insufficienti agli occhi degli europei, Obama ha rotto con le scelte pro-deregulation del suo predecessore. Scontrandosi con la fortissima resistenza degli avversari e di pezzi del suo stesso partito, Obama ha sponsorizzato una stretta normativa nel settore finanziario con il Dodd-Frank Act, ha introdotto la nuova agenzia federale per la difesa dei consumatori finanziari, il Consumer Financial Protection Bureau (Cfpb), ha finanziato il salvataggio pubblico dell’industria automobilistica, ha keynesianamente impegnato centinaia di miliardi di dollari in spesa pubblica per stimolare l’economia a livello statale e federale. E soprattutto, con la riforma del sistema di assicurazione sanitaria, l’ha spuntata in un campo nel quale i tentativi di tutti i suoi predecessori democratici erano stati sopraffatti dalla resistenza delle tre potentissime lobby dell’industria assicurativa, di quella farmaceutica e dei medici.
Congresso permettendo, una riconferma porterebbe probabilmente Obama a spingere sull’acceleratore dell’interventismo pubblico, con un aumento delle imposte per i redditi più alti. Una vittoria repubblicana porterebbe invece a una decisa inversione del senso di marcia. La riforma Dodd-Frank, che non ha ancora norme attuative, sarebbe svuotata ulteriormente. L’agenzia Cfpb potrebbe sopravvivere, ma sicuramente indebolita. In campo sociale l’impatto sarebbe tutto interno. Se un’amministrazione Obama II potrebbe aprire le porte al riconoscimento federale del “matrimonio gay”, non c’è dubbio che il mormone Romney non solo bloccherebbe tale sviluppo, ma rimetterebbe in discussione questioni quali l’aborto e la contraccezione.
Il nodo dell’immigrazione
Su un altro tema di grande impatto politico, quello dell’immigrazione, gli analisti prevedono che Obama spingerà per una riforma che apra in qualche modo le porte della legalizzazione a milioni di latino-americani. Su questo Romney ha preso una posizione di chiusura pressochè totale. Ma dinanzi alla prospettiva di una forte crescita dell’elettorato di origine hispanic, il partito repubblicano sa di non poter continuare a vincere puntando soltanto sullo zoccolo duro dei maschi bianchi, il cui trend demografico è in discesa. Potrebbe perciò optare per un approccio pragmatico.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

«La priorità oggi è la definizione di un piano concreto e coraggioso per fruire dei fondi dedicat...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Sempre più al centro degli interessi della politica, ora la Banca Popolare di Bari finisce uf...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Il post-Covid come uno spartiacque. Le aspettative dei 340 investitori che hanno partecipato alla di...

Oggi sulla stampa