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Obama rivoluziona l’energia per decreto CO2 tagliata del 30%

A poche ore dalla partenza per il viaggio in Europa e mentre il sito “Politico” già ipotizza quello che il presidente farà alla fine del mandato («andrà a vivere a New York City»), Barack Obama dà il via all’ambizioso progetto sul cambiamento climatico e per un’energia «pulita e sicura». Le centrali elettriche a carbone dovranno ridurre l’emissione di gas inquinanti del 30% entro il 2030. Misure diverse da quelle fatte filtrare ai media nei giorni scorsi (si era parlato del 20% entro il 2020) ma che la Casa Bianca non esita a definire «storiche».

Un’azione radicale Obama l’aveva promessa in campagna elettorale (la prima) e ribadita nel 2009 di fronte al mondo intero ma la resistenza dei repubblicani al Congresso aveva frustrato finora tutti i tentativi. Adesso, a poco più di due anni dalla fine del suo secondo mandato, il presidente ha deciso che era giunto il momento di forzare la situazione ed ha usato il proprio potere esecutivo (con relativo decreto) per aggirare l’opposizione di Capitol Hill. Lo ha fatto grazie ad una vecchia legge degli anni Settanta (Clean Air Act), applicata finora per limitare agenti inquinanti come il mercurio e il piombo ma da cui erano esentate le emissioni di CO2 delle 1600 centrali elettriche funzionanti oggi negli Stati Uniti. Un progetto voluminoso (645 pagine piene di cifre e dati), reso noto ieri mattina dalla Casa Bianca e dalla Environmental Protection Agency (Epa, equivalente del ministero dell’Ambiente) che prevede una radicale trasformazione dell’energia made in Usa, una “rivoluzione verde” che portebbe conseguenze su tutto il pianeta, Cina compresa. Questa forte riduzione (quasi un terzo rispetto al 2005, che sarà la data di riferimento) delle particelle inquinanti di anidride carbonica, ossido di azoto e di ossido di zolfo avrà un impatto visibile sulla salute degli americani, facendo calare i rischi di malattie respiratorie. Si potranno salvare ogni anno 6600 vite e verranno evitati 150mila casi di asma.
Piano annunciato e polemiche immediate. Se per l’ex vice presidente Al Gore, paladino delle battaglie ambientaliste negli States, «si tratta della più importante decisione presa sul clima nella storia del nostro Paese», per gli avversari del presidente quella annunciata è una scelta disastrosa. «Le bol-lette saranno molto più care, questo progetto ci costerà 17 miliardi di dollari in più ogni anno », è sbottato lo speaker della Camera John Boehner, alla testa dei politici (e candidati) repubblicani che promettono vendetta alle prossime elezioni di novembre. Ma il piano non piace anche a diversi democratici degli Stati come Kentucky, West Virginia, e Ohio, dove ci sono molte centrali a carbone. E qualche critica arriva anche dagli ambientalisti, secondo cui aver deciso la riduzione delle emissioni rispetto ai livelli del 2005 (e non a quelli più alti del 2012) è un compromesso con le lobby dell’industria energetica. Critiche cui la Casa Bianca risponde con cifre: il piano creerà «ricchezza tra i 55 e i 93 miliardi di dollari».
Alla Casa Bianca sono convinti che dall’Europa non possano arrivare che plausi, ma il vero banco di prova sarà il dialogo Usa-Cina, cioè i due Paesi che hanno le maggiori responsabilità dell’inquinamento. I cinesi insistono nel dire che, in quanto economia in via di sviluppo, non possono essere obbligati a tagliare le emissioni di gas serra, ma hanno hanno sempre aggiunto che attendono che siano gli Stati Uniti ad agire per primi.
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