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Obama porta Standard & Poor’s in tribunale

Cinque miliardi di dollari: è quanto il dipartimento di Giustizia americano punta a far pagare a Standard & Poor’s, con la causa civile pronta per essere intentata contro l’agenzia di rating. Secondo l’accusa, S&P’s «ha gonfiato valutazioni» assegnate a bond collegati a mutui prima della crisi di qualche anno fa e ha «sottostimato il rischio legato ai titoli», nel tentativo di aggiudicarsi un maggior numero di clienti tra le banche che emettevano i bond in questione. I cinque miliardi servirebbero per il risarcimento di parte dei danni causati dalla crisi dei mutui subprime. Immediata la replica di S&P’s: «Affermazioni secondo cui abbiamo deliberatamente tenuto alti i rating nonostante sapessimo che dovevano essere tenuti bassi sono del tutto false», ha commentato l’agenzia in una nota, «ci difenderemo con forza contro queste accuse immotivate».
Per le Borse, intanto, dopo il grande tonfo dell’altro ieri, ieri è stato il giorno del rimbalzo. A Milano Piazza Affari ha chiuso le contrattazioni in rialzo dell’1,05% (con Mps a guidare il listino): salendo, ma recuperando solo un quarto circa del calo del 4,5% del giorno prima. E, soprattutto, se Milano è decisamente più vicina ai minimi che ai massimi dell’ultimo decennio, altre Borse come New York e Francoforte sono a un soffio dai record storici. La prima ha superato di nuovo, durante le contrattazioni, quota 14 mila punti (indice Dow Jones), mentre il listino tedesco Dax — con i suoi 7.665 punti (+0,35%) — è a ridosso del tetto di 8 mila punti toccato nel 2007. Contemporaneamente si sono allentate le tensioni sullo spread, con il differenziale Btp-Bund sceso a 278 punti dopo il massimo di giornata a quota 293. Il rendimento dei Btp decennali vale ora il 4,45%.
Ma è la moneta unica ad aver tenuto ieri banco nei discorsi della politica internazionale: «L’euro non può fluttuare secondo gli umori dei mercati — ha detto il presidente francese François Hollande — l’Europa «lascia la propria moneta vulnerabile a evoluzioni irrazionali in un senso o nell’altro; dobbiamo riflettere sulla posizione dell’euro nel mondo, una zona monetaria deve avere una politica del cambio altrimenti si vedrà imporre una parità che non corrisponde allo stato reale della propria economia». E il governo francese ha definito preoccupante la crescita dell’euro negli ultimi due mesi, perché una moneta troppo forte pesa sulle esportazioni. A stretto giro di posta, e su un’altra lunghezza d’onda, è arrivata la replica tedesca: «L’obiettivo deve essere il miglioramento della competitività, non l’indebolimento della valuta», ha detto il ministro dell’Economia a Berlino, Philipp Roesler.
Sul mercato, ieri, la corsa dell’euro è ripartita tanto nei confronti del dollaro (1,36 il cambio) quanto verso il franco svizzero (1,23). In quest’ultimo caso, però, la valuta elvetica è comunque ben più forte, rispetto alla moneta unica, se si guardano le medie dell’ultimo decennio. E’ l’effetto delle tensioni sull’euro, che hanno spinto molti investitori a «rifugiarsi» nella «sicurezza» del franco. Nelle ultime settimane, comunque, anche nei confronti del franco l’euro ha ripreso terreno. Il motivo? L’allentamento delle tensioni finanziarie. L’effetto? Un altro punto in meno per l’export di Eurolandia.
Negli Stati Uniti, invece, accanto alla politica monetaria decisamente accomodante della Fed, nel mercato immobiliare è successo quello che fino a poco fa poteva sembrare quasi un miracolo. A dicembre i prezzi delle case sono saliti dell’8,3% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (dati CoreLogic): è l’incremento più rilevante dal maggio 2006, quando il mattone americano era ai picchi.

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