Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Obama: niente accordi al ribasso

di Mario Platero

Bilancio, capitolo terzo. Dopo gli incontri della settimana scorsa, promettenti, e quelli di domenica, scoraggianti, le parti politiche sono tornate ieri al tavolo negoziale e ci resteranno «per tutto il tempo necessario, anche fino al prossimo fine settimana», ha detto ieri Barack Obama nell'ennesima conferenza stampa dalla Casa Bianca. In effetti ci vorrà tempo. Come sempre succede in questi casi si arriverà sul filo di lana, cioè entro una decina di giorni, appena in tempo per evitare il default che scatterebbe il 2 agosto. E dall'incontro di ieri, le parti sono uscite ancora distanti sulla questione tasse, ma pronte ad esplorare ogni possibilità di compromesso.

Il problema tuttavia non è nella leadership, che si tratti di quella repubblicana o di quella democratica. Dietro le quinte Obama e John Boehner hanno lavorato in grande trasparenza e lealtà per trovare un accordo. E lo stesso Obama lo ha riconosciuto: «Rispetto Boehner, so che lavora per la nostra nazione e abbiamo lavorato bene insieme», ha detto il presidente del suo ex nemico diretto. Il problema piuttosto è nella base politica. Lo stesso Boehner si è accorto che non controlla il caucus repubblicano, il gruppo di lavoro che rappresenta le varie correnti e deve dare indicazioni di voto. I giovani delegati del Tea Party scavalcano a destra Boehner, che pure è un falco, e chiedono intransigenza: solo tagli di spesa e di spese assistenziali e nessun aumento delle tasse. «Ma questo per noi è inaccettabile – ha detto Obama – cerchiamo di essere chiari, il Senato è in mano ai democratici, alla Camera ci vorranno dei voti democratici per poter passare un progetto di riduzione decennale e io devo firmare il progetto. È chiaro che con un governo “spaccato” si deve trovare un compromesso. Io ho già fatto enormi concessioni. E invece la loro risposta è priva di flessibilità: my way or the highway dicono (un modo di dire simile a "o si fa così o andate al diavolo", ndr). Ma questo non è il modo di fare, abbiamo una opportunità storica, cerchiamo di raccoglierla».

L'obiettivo centrale, per ora non raggiunto, resta quello di passare un accordo quadro per 4mila miliardi. Da indiscrezioni raccolte dal New York Times, Boehner avrebbe confidato ai suoi più fedeli collaboratori che sentiva lui stesso la sfida del momento storico: «Non sono stato 20 anni in Congresso e non sono arrivato a questa posizione solo per gestire l'ordinaria amministrazione, voglio fare un accordo che resti nella nostra storia per dimostrare serietà e determinazione davanti a uno dei momenti più difficili della storia». Ma quando si è trattato di convincere la base politica che forse era giunto il momento di fare qualche concessione, Boehner si è accorto che rischiava di non avere la maggioranza nel partito. Rischiava così di perdere la faccia e di vedere indebolito il suo ruolo di leader dei Repubblicani alla Camera. Una situazione difficile che lo ha portato a rinunciare ai suoi obiettivi più ambiziosi, quelli di tagli immediati e di procedere con riforme del sistema fiscale americano e magari delle pensioni.

Per Ora Obama si trova in vantaggio. È riuscito nel suo intento politico, quello di assicurarsi una posizione di mediatore super partes per raggiungere un accordo su riduzioni decennali del disavanzo pubblico ed evitare il default americano. La questione a questo punto non sembra più essere il default – «per il 2 agosto avremo un accordo», ha detto ieri mattina il presidente – la questione è il rilancio del grande accordo: «Se non ora quando – ha detto Obama durante la conferenza stampa – dobbiamo mangiare i nostri piselli (un riferimento ai giovanissimi che non vogliono mai mangiare vegetali, ndr), dobbiamo trovare un compromesso per il bene superiore della nostra nazione. Io ho fatto concessioni, concessioni difficili per la mia base politica che ha reagito male, ma gli altri?». Su un punto il presidente è stato chiarissimo: non accetterà accordi a breve per risolvere magari per tre mesi il problema del tetto sul debito: «Se mi arriverà una proposta in questo senso la rimanderò indietro. Non la firmo, dobbiamo fare un accordo e possiamo farlo».

In che termini? Se non si andrà avanti sui 4mila miliardi di dollari di riduzioni del disavanzo pubblico, si potrebbe pensare a un accordo per 2mila miliardi. Basterebbe per poter innalzare il tetto sul debito fino a dopo le elezioni del prossimo novembre. La partita è aperta. I mercati stanno a guardare e per ora non vedono nessuna possibilità di default americano. Certo, un accordo solido per rimettere a posto le finanze americane nel lungo termine sarebbe stato molto utile per restituire fiducia nell'economia americana. Ma per ora non sembra essere nelle carte, meglio accontentarsi di un second best ed evitare la bancarotta a Washington quanto più presto possibile.

 

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Quota 100 non è solo la misura pensionistica del governo Conte 1. È anche il numero di miliardi ch...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Dieci giorni per tener fede agli accordi del 14 luglio. Se entro il 10 ottobre non si chiuderà la p...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

La Bce potrebbe far cadere il suo tabù più grande: consentire all’inflazione di salire temporane...

Oggi sulla stampa