Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Obama lancia la corsa verso il 2012

di Massimo Gaggi

NEW YORK — «It begins with us» , inizia da noi. Definitivamente sepolti il celebre «yes we can» e la retorica della speranza, Barack Obama ha ufficializzato ieri mattina la sua ricandidatura alla Casa Bianca con un breve video e una email quasi telegrafica diffusi via Internet e destinati soprattutto alle reti sociali come Facebook. Niente discorsi agli elettori o riprese nello Studio Ovale. Solo immagini della vita americana di tutti i giorni e cinque cittadini «qualunque» che auspicano la conferma di un presidente che cerca di fare del suo meglio in una situazione molto difficile. Annunciato da tempo, l’atto col quale il presidente ufficializza la sua partecipazione al voto del novembre 2012 — la registrazione del suo nome presso la Commissione elettorale federale— è stato personalizzato il meno possibile. Obama compare nei due minuti del filmato solo per un attimo: un’immagine dallo «storico» discorso di Springfield, la sua «discesa in campo» nel febbraio 2007. Allora Barack era l'outsider, doveva fare rumore. Ora che è alla Casa Bianca non ha bisogno di tenere alta la tensione dell'elettorato sulla sua persona. Oltretutto, a differenza dei suoi avversari repubblicani, non dovrà sfidare temibili avversari nelle primarie del prossimo inverno. Perché, allora, si è mosso con tanto anticipo rispetto al voto del novembre 2012? Per due motivi: soldi e organizzazione. Obama non farà campagna elettorale in pubblico in prima persona fino all'estate del prossimo anno, quando avrà un avversario ufficiale. Per ora, anzi, il presidente ha tutto l'interesse a mantenere un profilo «bipartisan» nelle sue uscite: gli serve per cercare di governare in modo efficace evitando un «muro contro muro» paralizzante coi repubblicani. Il leader democratico sa, però, che questa sarà una campagna durissima, piena di insidie, e che le tante promesse del 2008 finite nel nulla hanno prodotto molti delusi nel suo stesso campo. Deve, quindi, «mettere fieno in cascina» perché la campagna sarà costosa e deve ricostruire (e possibilmente galvanizzare) un esercito di volontari, pronti a battere in suo nome il Paese casa per casa. Il messaggio veicolato ieri attraverso il sito Barack Obama. com, evitando accuratamente il filtro interpretativo di stampa e reti televisive, serve proprio a questo: mobilitare i gruppi sociali che gli dovrebbero essere più favorevoli. Il video mostra una ragazza bianca del Colorado e poi Alice, una nera del Michigan, Mike, un ragazzo di New York che vota per la prima volta. C'è, poi, Gladys, un'ispanica del Nevada e soprattutto Ed, un anziano «colletto bianco» del North Carolina — Stato e gruppo sociale ostici per Barack — attraverso il quale gli uomini della campagna mandano il loro messaggio più forte: «Non sono d’accordo con tutto quello che fa Obama, ma lo rispetto e ho fiducia in lui» . Esperite le formalità, nel quartier generale di Chicago il coordinatore della campagna, Jim Messina, può cominciare a costruire la nuova macchina elettorale. La raccolta dei fondi inizierà, sempre a Chicago, con un evento a metà mese. L’obiettivo è quello di mettere da parte molte munizioni, forse addirittura un miliardo di dollari, visto che quattro anni fa l’elezione di Obama costò più di 700 milioni. In questa prima fase, insomma, il ruolo di Obama nella campagna sarà limitato alla partecipazioni alle cene elettorali. Da oggi l’attenzione si sposta sui repubblicani che sono molto indietro nel processo di selezione dello sfidante: a parte Mitt Romney, già in campo nel 2008, l’ex governatore del Minnesota Tim Pawlenty e Jon Huntsman (i tre che fin qui si sono più esposti), il quadro del fronte conservatore è abbastanza confuso: Mike Huckabee, il più votato nei sondaggi, considera Obama un avversario troppo difficile da battere, dice che non vuole candidarsi. Anche su Sarah Palin è calato uno strano silenzio, mentre un’altra eroina dei «Tea Party» , Michele Bachmann, si è fatta avanti a sorpresa raccogliendo molti consensi in Iowa, uno degli Stati decisivi per orientare l’elettorato perché tra i primi a votare nella lunga sfida delle primarie. C’è poi Newt Gingrich: l’uomo del «contratto con l’America» del ’ 94, aveva lasciato la politica, ma ora vuole tornare in campo anche se la sua turbolenta storia personale — tradimenti e divorzi— lo rende inviso alla destra cristiana. Benché debole nei sondaggi, in difficoltà sull’economia e alle prese con crisi internazionali difficili da gestire, Obama sembra destinato a essere rieletto se i repubblicani non riusciranno a trovare un candidato carismatico e capace di prendere voti tanto a destra quanto al centro. Certo, c’è il precedente della sconfitta di Jimmy Carter nel 1980, ma è stato l’unico presidente democratico degli ultimi 120 anni che non ha ottenuto il secondo mandato. E per batterlo ci volle Reagan.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Come prevedevano alcuni un mese fa, allo spuntare della lista di Bluebell per il cda di Mediobanca, ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Google entra nel mirino dell’Autorità antitrust italiana che, prima in Europa, ieri ha aperto un ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Le imprese e i committenti non saranno lasciati soli. Anche a chiarire la posizione di alcuni player...

Oggi sulla stampa