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Obama irrita la Cina e l’alleato coreano “Tiene il dollaro debole, un colpo basso”

NEW YORK — Parlando qui al “Council on Foreign Relations” giovedì Mario Monti ha evocato la «singolare forza dell’euro». Altri sono meno garbati e più espliciti. Dalla Cina alla Corea del Sud arrivano pesanti accuse contro gli Stati Uniti: sono loro che spingono il dollaro al ribasso, in una spregiudicata svalutazione competitiva. Un modo classico per uscire dalla crisi aiutandosi con una moneta debole: a scapito degli altri.
Il premier italiano, interrogato sulla crisi dell’eurozona davanti alla platea newyorchese (un mix di establishment politico, industriale, finanziario), aveva osservato: per quanto si parli di debolezza europea, la moneta unica resta a quota 1,30 sul dollaro. Poco dopo la sua nascita 12 anni fa, ha ricordato sempre Monti, in tempi meno turbolenti l’euro aveva toccato la parità uno a uno. Non ha esplicitato il seguito, ma è facile intuirlo: se oggi l’euro potesse scendere fino a quei livelli, sarebbe un bell’aiuto per le esportazioni italiane, francesi. Che cosa lo impedisce?
Monti ha evitato di puntare il dito contro qualcuno. Lo fanno invece due potenze asiatiche. I banchieri centrali di Cina e Corea del Sud, riuniti in un vertice bilaterale a Pechino, non hanno dubbi. Da quel vertice hanno pronunciato una dura requisitoria contro Washington. Secondo loro è tutta colpa della Federal Reserve, la banca centrale americana, se il dollaro torna a perdere quota rispetto alle loro monete. Lanciando una terza fase di “quantitative easing”, massicci acquisti di titoli pubblici e obbligazioni fondiarie, il presidente della Fed Ben Bernanke ha annunciato che immetterà oltre 40 miliardi di dollari sul mercato ogni mese (in realtà la dimensione di questi interventi è pari al doppio, 80 miliardi). Senza limiti temporali. Questa politica andrà avanti a oltranza, finché non c’è una ripresa dell’economia americana
con effetti sostanziali sull’occupazione. Bernanke non ha mai detto che questa politica punta a indebolire il dollaro. La sua giustificazione è un’altra: immettendo liquidità sul mercato a tempo indeterminato vuole schiacciare sempre
più in basso il costo del denaro, per aiutare le famiglie indebitate, facilitare il rimborso dei mutui casa. Beninteso, se c’è l’effetto collaterale di svalutare il dollaro, anche questo aiuta: guarda caso, il deficit commerciale degli Stati Uniti si è ridotto,
e i sintomi di “re-industrializzazione” americana sono legati anche alla ritrovata competitività dei prezzi del made in Usa. Tra “quantitative easing” e svalutazione competitiva, il collegamento avviene in molti modi, anche tecnicamente
complessi. Ma alla base c’è una regola semplice e ferrea dell’economia di mercato: quella della domanda e dell’offerta. Se aumenta la quantità di moneta offerta, in linea di massima il valore di questa
moneta scende.
I cinesi lo avvertono, a loro spese. Venerdì il renminbi o yuan, la valuta della Repubblica Popolare, a quota 6,285 sul dollaro ha toccato il massimo storico della sua storia contemporanea (cioè dal 1994 anno in cui cominciò ad essere parzialmente convertibile). Questa forza dello yuan sul dollaro arriva in una fase delicata. La crescita del Pil cinese rallenta, frenata da un calo delle esportazioni, proprio mentre a Pechino sta per avvenire una delicata successione politica ai vertici. Da questa parte del Pacifico si moltiplicano i segnali di tensioni protezioniste: Obama di recente ha vietato un investimento cinese nell’energia eolica per motivi strategici; il suo rivale Mitt Romney dice che se vincerà le elezioni denuncerà la Cina come «manipolatrice della sua moneta» dando la stura a un ampio ventaglio di ritorsioni commerciali. E’ singolare l’allineamento su Pechino della Corea del Sud, storico alleato degli Stati Uniti al quale Obama ha sempre dedicato molti riguardi (ha visitato tre volte in tre anni Seul). Il banchiere centrale coreano si è detto d’accordo con il suo omologo cinese sul fatto che «occorre minimizzare gli effetti negativi delle politiche monetarie delle nazioni avanzate», una chiara allusione alla Fed. Sia Cina che Corea del Sud temono, oltre alla perdita di competitività del proprio export, anche un ritorno di tensioni inflazionistiche sulle materie prime, sempre per effetto dell’“ingorgo di liquidità” che la Fed sta alimentando. Da metà luglio, il Wall Street Journal Dollar Index, che misura il valore della moneta Usa rispetto a un paniere di tutte le altre valute mondiali, dà un deprezzamento del 3,5% del dollaro. E la terza fase del “quantitative easing” è cominciata solo due settimane fa, gli effetti hanno appena iniziato a manifestarsi. Gli asiatici tornano ad accarezzare progetti per rendersi meno dipendenti dal dollaro, e questi sono stati al centro dell’incontro sinocoreano a Pechino. Anche il peso del dollaro nelle riserve ufficiali delle banche centrali sta calando, nel mondo intero. Ma Washington in questa fase ha delle priorità chiare: lo status mondiale, la solidità e il prestigio del dollaro passano in subordine. Se un dollaro debole aiuta l’export made in Usa, la Casa Bianca ha una ragione in più di rallegrarsi per quel che sta facendo la Fed.

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