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Obama contro i petrolieri «Basta sussidi per la benzina»

di Giuseppe Sarcina

NEW YORK — La domanda sulla benzina c'è sempre. Che si cominci a discutere di debito pubblico, di pensioni o spese sanitarie, tutti i cittadini-interlocutori incontrati da Obama negli ultimi giorni, finiscono sempre per porre la stessa domanda. Perché non fa qualcosa per abbassare il prezzo dei carburanti? E ieri il presidente si è mosso ufficialmente, inviando una lettera al Senato e alla Camera dei rappresentanti a Washington. «Noi possiamo prendere delle misure per impedire che nel lungo termine i cittadini patiscano l'aumento dei prezzi della benzina— si legge nel testo diffuso ieri sera—. E una di queste misure è eliminare le agevolazioni di imposta ingiustificate a favore del settore petrolifero e di investire queste somme nelle fonti di energia pulita, in modo da ridurre la nostra dipendenza dal petrolio proveniente dall'estero» . Nelle scorse settimane Obama era stato molto più secco: «Non è possibile che le compagnie petrolifere continuino ad aumentare i prezzi e nello stesso tempo a intascare i contributi federali. Questo deve finire» . Si vedrà nelle prossime settimane se l'appello di Obama smuoverà il Parlamento, dopo che i repubblicani hanno riconquistato la maggioranza nella Camera dei rappresentanti. Le società petrolifere sono, da sempre, in grado di sviluppare un'azione di lobby quasi asfissiante: 260 tra società ed organizzazioni spendono circa 82 milioni di dollari all'anno per convincere i politici delle proprie ragioni. Un investimento che finora ha garantito un ritorno di circa 4 miliardi di sussidi federali all'anno, versati alle compagnie perché continuino le esplorazioni di nuovi campi petroliferi. I conti però, pensa la maggior parte degli americani, non tornano più. Non c'è distributore in cui il carburante non abbia superato la barra dei 4 dollari al gallone (3,78 litri). Gli esperti sostengono che, senza interventi, la corsa potrebbe proseguire fino alla soglia di 5 o addirittura 6 dollari al gallone. E a quel punto il caro-benzina verrebbe direttamente addebitato sul conto politico di Obama. Il punto è che le compagnie petrolifere si trovano perfettamente a loro agio in un contesto internazionale in cui contemporaneamente crescono i prezzi della materia prima e la domanda dei prodotti finiti. Nel primo trimestre di quest'anno la quotazione media del barile di greggio ha viaggiato sui 100 dollari, circa il 20%in più rispetto allo scorso anno. Le spiegazioni ricorrenti sono due: l'instabilità nel Medio Oriente e l'aumento della domanda (specie in Cina). C'è, però, un fatto curioso. A New York in questi giorni il barile viene trattato a 112 dollari, contro la media di 124 in Europa. Questa differenza è stata pienamente sfruttata dalle grandi multinazionali americane, pronte a giocare sui due tavoli a seconda dei prezzi e, soprattutto, in grado di guadagnare margini consistenti sulla raffinazione. La prova di tutto ciò è in arrivo. A Wall Street hanno già pronte le stime sulle principali compagnie petrolifere. Nel primo trimestre dell'anno i profitti della Esso Mobil dovrebbero aumentare del 50%; quelli di Chevron e ConocoPhillips del 35%. Altri numeri indigesti per il popolo degli automobilisti. E quindi anche per Obama.

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