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Obama: classe media motore della crescita

Barack Obama rilancia sul l’economia. Il presidente ha indossato i panni di paladino dei ceti medi – «motore della prosperità» – nel primo di una serie di discorsi sulle sue strategie per la crescita tenuto in Illinois, nel cuore industriale degli Stati Uniti. E ha chiesto all’opposizione repubblicana di abbandonare ogni ostruzionismo e approvare piani considerati essenziali ad allargare la ripresa e promuovere la competitività del Paese: dagli investimenti infrastrutturali agli aiuti all’istruzione, dalla messa in atto delle riforme di sanità e finanza alle scommesse su tecnologia, ricerca e innovazione.
«L’America deve compiere gli investimenti necessari a promuovere una crescita di lungo periodo e un benessere condiviso. A ricostruire il settore manifatturiero, istruire la forza lavoro, migliorare le reti dei trasporti e informatiche», ha detto Obama a Knox College a Galesburg, scelta per il valore simbolico. Era stata questa la sede del suo primo discorso economico quando nel 2005 era solo un senatore alle prime armi. In serata Obama, con il suo messaggio, ha fatto tappa anche in Missouri, all’Innovation Campus della University of Central Missouri dedicato a contenere i costi degli studi e sviluppare le qualifiche di domani. E oggi sarà in Florida. «A cinque anni dalla grande recessione ci siamo riscattati – ha continuato -. In 40 mesi le aziende hanno creato 7,2 milioni di posti di lavoro». Ma, ha avvertito, «ancora non basta» per risollevare il Paese: i guadagni nei redditi restano confinati all’1% della popolazione e questo rende urgente continuare sulla strada delle riforme.
L’offensiva di Obama ha un obiettivo chiaro: sbloccare la drammatica impasse tra democratici e repubblicani a Washington che rischia altrimenti di danneggiare l’economia mentre attraversa una fase delicata: si rafforza, come hanno suggerito ieri l’indice manifatturiero flash Pmi salito in luglio ai massimi in quattro mesi a 53,2 e l’aumento delle vendite di nuove case del l’8,3% in giugno, al record da cinque anni. Dovrà però anche abituarsi alla prospettiva di un ritiro degli stimoli straordinari della Federal Reserve. E la disoccupazione resta elevata e le famiglie sotto pressione.
Il clima politico, tuttavia, è sempre più avvelenato. La tensione si riflette nel calo di popolarità sia del presidente che del Congresso: l’83% degli americani, stando a un sondaggio del Wall Street Journal, ha un’opinione negativa del Parlamento, anzitutto dei repubblicani. Ma anche Obama soffre: il suo indice di gradimento è sceso al 45%, ai livelli del 2011 simili a quelli, nello stesso momento della presidenza, del l’inviso George W. Bush. Solo il 19% ritiene che il Paese sia sulla strada giusta.
Le scadenze ormai incombono. Il 30 settembre termina l’anno fiscale e serve un compromesso sul budget per evitare la paralisi del governo. Repubblicani e democratici sono distanti: li dividono almeno 91 miliardi di spesa pubblica. Neppure un’intesa su questo fronte potrebbe oltretutto bastare a disinnescare le crisi: tra metà ottobre e metà novembre occorre un accordo sull’innalzamento del tetto del debito federale. Entro allora il Tesoro avrà esaurito ogni manovra contabile per scacciare lo spettro di un’insolvenza già in passato costata cara a Washington.
I repubblicani, però, non si sottraggono allo scontro. Una sottocommissione della Camera sotto il loro controllo ha nelle ultime ore approvato draconiani tagli alle priorità delineate da Obama. Vengono ridotti del 34% gli stanziamenti all’Agenzia per la protezione ambientale, di tre quarti quelli per l’energia pulita, del 13% i fondi per il Dipartimento del Lavoro e del 16% gli aiuti all’istruzione dei meno abbienti. Sono dimezzati i fondi per le aree urbane disagiate come quelli per le arti. Sparisce il 18% del budget della Sec per controllare i mercati e il 24% dei fondi per il fisco. «Vogliamo significativi tagli di spesa, se no non alzeremo il tetto sul debito», ha minacciato lo Speaker repubblicano della Camera John Boehner. Al Senato, intanto, i leader conservatori hanno firmato una petizione che chiede la cancellazione della riforma sanitaria quale prerequisito per un compromesso. Un muro contro muro che ostacola Obama. E che soprattutto rischia di tenere in ostaggio l’economia americana.

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