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Obama chiede 5 miliardi a S&P

L’atto d’accusa è in una canzone. «Burning Down The House», casa in fiamme. Un classico dei Talking Heads, rivisto e corretto da un analista di Standard & Poor’s che nel 2007 fece circolare in video tra i colleghi la sua parodia, tutta dedicata al crollo del mercato e dei derivati immobiliari che invece ufficialmente promuoveva. Adesso quella parodia non diverte più nessuno: è contenuta nella montagna di documenti – messaggi di posta elettronica, verbali di interrogatori e rapporti interni – depositati in tribunale dal governo Usa per accusare il leader dei rating di truffa e chiedere forse 5 miliardi di dollari di danni.
L’offensiva legale – la prima causa intentata dell’amministrazione di Barack Obama contro un big della valutazione del credito per reponsabilità nella crisi finanziaria del 2008 – è stata lanciata ieri dal Segretario alla Giustizia Eric Holder. Che non ha esitato a definire le attività di S&P afflitte da «significativi conflitti di interesse». Conflitti che avrebbero viziato i voti su titoli garantiti da mutui, anzitutto le Collateralized debt obligation (Cdo), emersi dalle sue analisi con giudizi di massima salute e poi rivelatisi rapidamente tossici una volta rivenduti a banche e investitori. Tanto tossici, nei 40 casi passati al setaccio, da aver provocato circa 5 miliardi di perdite a istituti coperti da assicurazioni federali, la cifra che oggi Obama potrebbe rivendicare in corte. Per farlo ha rispolverato una legge, il Financial Institutions Reform, Recovery, and Enforcement Act, varata all’indomani del collasso delle casse di risparmio a fine anni Ottanta per perseguire truffe finanziarie e recuperare danni. S&P avrebbe cioè ingannato gli investitori, che hanno comprato i titoli convinti che i rating riflettessero la «vera opinione sui rischi». Washington non sarà sola nella causa: sedici Stati e il Distretto di Columbia si sono uniti al caso.
S&P, stando alle 128 pagine di atti depositati dal governo presso un tribunale di Los Angeles, ha violato i suoi stessi criteri interni nell’assegnare i voti a bond collegati a mutui che hanno scatenato la crisi. Immediata la risposta di S&P: ha dichiarato che si «difenderà con vigore» da ogni addebito dopo aver definito la causa civile «del tutto senza fondamenta fattuali o merito legale». Il sospetto che la società abbia «deliberatamente mantenuto elevati i rating quando sepeva che dovevano essere più bassi semplicemente non è vero». A Wall Street, però, il titolo della casa madre di S&P, McGraw Hill, è scivolato bruscamente: ha ceduto il 7% dopo il -14% di lunedì. Da notare che l’intera attività dei rating genera annualmente entrate per 1,77 miliardi, mentre il fatturato totale di McGraw-Hill è di 6,25 miliardi, poco più dei danni ipotizzati.
Il governo ha fondato il suo caso su una collezione di documenti rastrellati nell’arco di almeno due anni di indagini. Spunta qui l’«analista D», l’autore del rifacimento della canzone dei Talking Heads, che era parte del gruppo globale incaricato di esaminare i titoli garantiti da mutui residenziali. «I subprime traboccano, distruggendo la casa», recitava D. Al cuore del caso c’è però un intero modello di business incentrato sui pagamenti dei rating da parte delle società che emettono i titoli, foriero secondo i critici di conflitti d’interesse. Un rating legato a mutui subprime poteva portare in cassaforte 150mila dollari, mentre alcuni voti su derivati più complessi ne generavano anche 750mila, una macchina di profitti che ha funzionato per anni nelle agenzie di valutazione del credito. Resta da vedere se altri protagonisti del settore, quali Moody’s e Fitch, finiranno a loro volta nel mirino o se il caso di S&P cercherà di avere un valore esemplare.
Stando al governo S&P si è resa colpevole di addomesticare i voti sui titoli e di ritardi nei declassamenti ignorando gli allarmi lanciati da alcuni dei suoi stessi dirigenti e analisti, con l’obiettivo di non perdere clienti a vantaggio di rivali che offrissero rating migliori. Gli esempi di titoli dimostratisi ultra-tossici, nella documentazione, non mancano: dal Cdo Sorin, operazione da 550 milioni che decollò nel 2007 tra elevati rating e finì in dafault un anno dopo. Fino al simile destino fallimentare toccato a Gemstone, operazione da 1,1 miliardi. La casa era bruciata.

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