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Obama avverte i repubblicani: basta minacce. «L’America deve crescere e creare più lavoro»

NEW YORK — Due settimane per evitare che un’altra battaglia nel Congresso blocchi il lento recupero dell’economia: è un Barack Obama cupo e minaccioso quello che, mentre a quattro chilometri dalla Casa Bianca è in corso una caccia all’uomo dopo il sanguinoso attacco ai “Navy Yards”, avverte gli avversari repubblicani: «Di battaglie politiche e dibattiti sul bilancio federale è piena la storia della Repubblica. Ma non si era mai vista una fazione di un partito che promette di scatenare il caos economico, obbligando il governo a chiudere i battenti, se non ottiene il cento per cento di quello che chiede».
I suoi assistenti avevano preannunciato ai giornalisti accreditati alla Casa Bianca che Obama, provato da settimane di confronto sulla Siria, col discorso di ieri avrebbe cercato di riportare l’attenzione sui temi interni del recupero dell’economia e della creazione di lavoro, partendo proprio da un bilancio delle cose fatte per risollevare l’America dopo il crac finanziario del 2008.
Le cose, però, sono andate un po’ diversamente: dapprima l’assalto ai cantieri della Marina trasformati in uffici che ha rischiato di far saltare l’appuntamento del presidente. Obama, però, ha deciso di parlare comunque, sia pure iniziando in ritardo. Ed è stato un fiume in piena di accuse all’opposizione repubblicana che, minacciando di «provocare il default degli Usa sul loro debito, una cosa mai accaduta nella nostra storia», rischiano di far svanire i benefici della ripresa economica in atto: «Abbiamo bisogno di rafforzarla, di creare altro lavoro, serve un bilancio che vada in questa direzione. E’ urgente, sono rimaste solo due settimane» (l’esercizio fiscale 2014 inizia il primo ottobre prossimo, ndr).
Ma in Congresso è guerra di trincea coi repubblicani che, oltre a bloccare il “budget”, minacciano anche di non alzare il tetto del debito pubblico quando, a metà ottobre o giù di lì, verrà raggiunto il limite. Per intervenire, chiedono che Obama si rimangi Obamacare, la sua riforma sanitaria. Ma il presidente replica che non si farà ricattare: «E’ una riforma da tempo in vigore, approvata tre anni e mezzo fa da Camera e Senato, giudicata legittima dalla Corte Suprema. Mitt Romney, mio rivale alle presidenziali, ha fatto la campagna elettorale su questo e ha perso: non ci rinuncio. Se ci sono idee per modifiche ragionevoli, presentatele, ma i ricatti no».
Attenti, avverte il presidente, strangolare la ripresa economica a furia di manovre politiche sarebbe gravissimo. E’ successo già, in una situazione simile, due anni fa, sostiene Obama: «Bastò la minaccia di non modificare il tetto del debito per danneggiare l’economia americana. Adesso ci risiamo: abbiamo bisogno di politiche per dare ancora più slancio all’economia e invece rischiamo di rovinare tutto».
Era stato presentato quasi come un discorso celebrativo quello del presidente: il collasso finanziario evitato dopo la crisi finanziaria più grave della storia americana, il rilancio dell’industria dopo i guai provocati da Wall Street. E i sette milioni e mezzo di posti di lavoro creati negli ultimi tre anni e mezzo, anche se la disoccupazione è ancora alta e il ceto medio soffre. Obama ha parlato anche di questo e nei prossimi giorni tornerà sulla riscossa manifatturiera d’America incontrando i capi di vari gruppi industriali e andando a visitare uno stabilimento della Ford a Kansas City.
Ma, forse anche consapevole del fatto che gli americani non si sentono affatto in piena ripresa, il presidente ha preferito usare la storia degli ultimi cinque anni solo come innesco del suo ragionamento politico sulla battaglia in corso al Congresso.
Obama è alle prese anche con la spinosa questione della successione di Ben Bernanke alla Federal Reserve, dopo il ritiro di Larry Summers, ma sa che la Banca centrale ha ormai dato tutto quello che poteva (e forse anche di più) nel suo ruolo di supplenza della politica in materia di sostegni all’economia. Per il presidente, insomma, sarebbe ora di tornare in campo con l’approvazione di un bilancio fatto di riduzioni calibrate della spesa pubblica, già calata molto negli ultimi mesi, e di interventi a sostegno degli investimenti, della scuola, della ricerca e dell’occupazione.
Invece continua ad avere le mani legate mentre il fronte conservatore chiede altri interventi massicci dal lato della spesa «nonostante che – rivendica Obama – nell’ultimo anno il deficit sia calato al ritmo più rapido mai registrato da mezzo secolo a questa parte».

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