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Il Nyt parte con la blockchain

Il New York Times si cimenta con la tecnologia blockchain ed è la prima grande testata a farlo. Motivo: eliminare, o almeno ridurre al minimo, i casi di fake news (le bufale online, in italiano) che spacciano per attuali fotografie vecchie, spesso ritoccate. Oppure per arginare la diffusione di estratti di articoli, fuori contesto, che distorcono il senso generale del discorso originale.

Con quest’obiettivo, il quotidiano americano diretto da Dean Baquet ha deciso di lanciare ufficialmente il progetto Provenance e di partire, non a caso, dai servizi di fotogiornalismo. I dettagli dell’operazione non sono stati resi noti ma il senso è «disporre in redazione di uno strumento per monitorare la tracciabilità delle immagini e poter così essere allertati ogniqualvolta vengano modificate», spiega Sasha Koren, una giornalista incaricata del progetto. Il desiderio di far sparire dal web e dai social, in particolare, foto datate e pubblicate come recenti è nato anche nella sede del quotidiano britannico The Guardian (vedere ItaliaOggi dell’11/4/2019). A Londra, però, hanno optato per una soluzione più tradizionale: applicare a fotografie, e articoli a corredo, un’etichetta gialla con sopra l’anno di pubblicazione e il logo del Guardian. Il giornale lo fa per sottolineare data e fonte di tutti gli articoli più vecchi di un anno.

C’è invece qualche altra testata che, come il New York Times, ha imboccato la strada della blockchain: si tratta dell’agenzia stampa globale Associated press-Ap che ha scelto la tecnologia basata sui tecnologici registri, in cui inserire informazioni che si desiderano condividere e mantenere immodificabili (perlomeno da parte di terzi). L’intenzione di Ap è tutelare il proprio copyright. Nel caso di un’agenzia stampa, infatti, il diritto d’autore sulle notizie annunciate è più difficile da tenere sotto controllo vista la loro diffusione in rete, in molte redazioni e varie aziende.

Ap si è mossa grazie alla collaborazione con Civil, piattaforma americana che offre agli editori di sperimentare la blockchain su molti altri ambiti di lavoro. A partire dalla distribuzione con tanto di criptovaluta ad hoc e senza intermediari da pagare ma senza trascurare il servizio abbonamenti o la certificazione delle copie diffuse. Negli Usa, del resto, sono molte le testate che realizzano reportage grazie al crowdfunding, ossia coi versamenti di privati che esprimono la loro preferenza su quale tema approfondire. Nel loro caso, la blockchain aiuta a raccogliere fondi in totale trasparenza.

Invece, nel caso del New York Times, è vero che un primo segnale d’interesse verso la blockchain era stato registrato a metà dello scorso marzo ma si trattava, formalmente, di un mero annuncio per selezionare un esperto di tecnologie e blockchain, con competenze anche giornalistiche. Nessun altro dettaglio era stato fornito dalla testata edita dalla famiglia Sulzberger. Sta di fatto che non solo oggi si parte concretamente con un’iniziativa ma, viste le svariate applicazioni della blockchain, un eventuale passo in direzione degli abbonamenti digitali non è da escludere. Secondo gli ultimi dati comunicati dalla casa editrice a stelle e strisce, gli abbonati sono complessivamente 4,5 milioni. Di questi, però, ammontano a 3,6 milioni quelli digitali. Campo in cui si può applicare la blockchain tra taglio dei costi di gestione, sicurezza delle trasmissioni dei contenuti, modularità flessibile delle sottoscrizioni e, ancora, maggior garanzia nei pagamenti da parte dei lettori.

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