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Nuovo round sugli avvisi troppo rapidi

La Cassazione riapre i giochi sugli accertamenti accelerati, vale a dire gli avvisi emessi prima che siano passati 60 giorni dalla fine dei controlli del fisco. L’ordinanza 7318/2012 (si veda Il Sole 24 Ore di sabato 12 maggio) ha rimesso gli atti al primo presidente della Suprema corte perché siano le Sezioni unite a pronunciarsi. Una decisione motivata dalle posizioni contrastanti assunte sulla nullità degli “atti sprint” all’interno della sezione tributaria.

La ricostruzione

È l’articolo 12, comma 7, dello Statuto del contribuente (legge 212/2000) a prevedere che, dopo il rilascio della copia del processo verbale di chiusura delle operazioni da parte degli organi di controllo, il contribuente può comunicare entro sessanta giorni osservazioni e richieste che sono valutate dagli uffici impositori. L’avviso di accertamento non può essere emanato prima della scadenza di tale termine salvo casi di particolare e motivata urgenza.

All’indomani dell’entrata in vigore della norma si è posto subito il dubbio delle conseguenze di un’eventuale violazione di tale disposizione da parte degli uffici. Sono seguite così numerose sentenze di merito. Alcune hanno affermato la nullità del provvedimento di accertamento emesso oltre il predetto termine e privo delle motivazioni di urgenza. Altre, invece, hanno ritenuto priva di effetti tale violazione, in considerazione del fatto che la norma non contempla espressamente la sanzione della nullità dell’atto.

La questione è stata quindi rimessa dalla Ctr Campania al vaglio della Corte costituzionale. Nell’ordinanza 244/2009 (che ha dichiarato la manifesta inammissibilità della questione), la Consulta ha rilevato che l’obbligo di motivare, anche sotto il profilo dell’urgenza, l’avviso di accertamento emanato prima della scadenza del termine di 60 giorni è previsto dalla stessa disposizione ed è espressione del generale obbligo di motivazione degli atti amministrativi (articoli 3 della legge 241/1990 e 7, comma 1, della legge 212/2000). Sulla base di tale premessa, la Corte costituzionale ha ritenuto che il giudice tributario avrebbe potuto valutare se l’inosservanza dell’obbligo di motivazione – anche in relazione alla particolare urgenza dell’avviso – fosse già espressamente sanzionata in termini di invalidità dell’atto.

Il dopo Corte costituzionale

A seguito di questa interpretazione, sia la giurisprudenza di merito sia quella di legittimità hanno ritenuto di sanzionare l’eventuale inosservanza della norma da parte dell’amministrazione finanziaria con la nullità dell’atto impositivo. Non a caso, immediatamente l’agenzia delle Entrate e la Guardia di finanza hanno emanato precise direttive alle unità operative esortandole a rispettare i termini in questione onde evitare la nullità dei provvedimenti. Adottando un’interpretazione censurata poi da varie commissioni tributarie, alcuni uffici non hanno rilasciato più alcun verbale al termine del controllo soprattutto quando l’ispezione non era svolta in azienda: un modo per evitare la censura della nullità quando non si potevano rispettare i 60 giorni.

Né non sono mancate – soprattutto nell’ultimo anno – pronunce di legittimità che non hanno ritenuto nullo l’atto impositivo emanato in violazione all’articolo 12 della legge 212/2000, nonostante l’orientamento tracciato dalla Corte costituzionale. Da qui, la recente decisione di rimettere la problematica alle Sezioni unite. In questo modo viene rimessa in discussione l’unica garanzia effettiva a favore del contribuente prevista dallo Statuto. Con un evidente corto circuito: la tutela, di fatto, resterebbe sulla carta ma l’eventuale violazione non avrebbe alcuna conseguenza.

Ma non solo. Se le Sezioni Unite dovessero fornire un’interpretazione della norma difforme dall’ordinanza 244/2009, verrebbero meno le motivazioni, a suo tempo adottate dalla Consulta, per affermare la legittimità costituzionale della disposizione.

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