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Nuovo rally di Piazza Affari Effetto-spread sulle banche

Per i listini europei quella di ieri è stata una giornata all’insegna della relativa tranquillità: senza troppi strattoni, Parigi ha chiuso in territorio lievemente negativo (-0,14%), così come Londra (-0,16%) e lo Stoxx 600 (-0,08%). Positive invece le performance di Francoforte (+0,11%) e Madrid (+0,2%). Ancor più brillante la giornata del Ftse Mib milanese, che ha sfondato la barriera dei 16mila punti segnando un progresso dello 0,61% grazie alla buona intonazione delle banche italiane. Il settore (+0,99%) si è mosso in controtendenza rispetto alla media europea (-0,04%) sulla scia del via libera della Commissione europea ai Monti Bond per Mps (+6,09%), che è stato condizionato alla presentazione di un piano di ristrutturazione entro sei mesi.
Ma ciò che continua a aiutare le banche italiane è il progressivo raffreddamento dello spread. Anche ieri, nonostante i volumi si siano mantenuti marginali per tutta la seduta, con oscillazioni contenute dello spread, il differenziale di rendimenti è comunque arretrato rispetto a venerdì, per chiudere a quota 320 punti base, con il tasso a 10 anni al 4,57%. Il picco di 360 punti base toccato lunedì 10, sulla scia della notizia dell’arrivo delle dimissioni di Mario Monti, per ora rimane un ricordo.
La sensazione, concordano molti operatori, è che i grandi investitori istituzionali abbiano ricostruito le loro esposizioni ai titoli italiani senza d’altra parte ridurre – almeno per il momento – le posizioni sui titoli core, Bund in primis. Nel contempo, tuttavia, non mancherebbero le vendite di BTp da parte di alcune banche italiane che realizzerebbero così importanti plusvalenze in vista di fine anno. Una mossa in fin dei conti comprensibile, alla luce del fatto che questi istituti negli ultimi mesi hanno fortemente incrementato i loro investimenti in titoli tricolori.
Anche i mercati azionari stanno attraversando una fase di scarsa reattività. Lo segnalano le limitate variazioni di giornata delle sedute più recenti. Lo confermano, qualora ce ne fosse bisogno, i bassissimi livelli di volatilità degli indici, che si trovano oramai a livelli pre-crisi del 2006. Il Vix, il cosiddetto “indice della paura” – misura della volatilità delle opzioni sulle azioni dell’S&P 500 – oscilla attorno ai 16 punti base, più del 60% in meno di quanto registrato nei picchi del 2011 e non troppo lontano dal valore mediano degli ultimi 10 anni. Il trend è simile in Europa, dove l’Euro Stoxx 50 Volatility Index è caduto a 17 punti base, un livello che rappresenta la metà di quanto registrato un anno fa, ed è ai minimi da circa cinque anni, da quando cioè è scoppiata la crisi del debito.
Secondo alcuni analisti, questi dati segnalano che, almeno per ora, c’è scarsa volontà di prendere nuove posizioni sul mercato. Nonostante tra gli operatori ci sia voglia di chiudere parte delle scommesse rialziste per incassare un po’ di profitti entro fine d’anno, d’altra parte nessuno se la sente di assumere “giocate” ribassiste, alla luce dell’enorme massa di liquidità che è stata iniettata dalle banche centrali. L’effetto, sostanzialmente, è un atteggiamento neutrale, come confermano i bassi volumi e peraltro agevolato anche dal periodo natalizio.
Ciò non significa che non sia da escludere, entro fine dicembre, un possibile scossone. Se si guarda all’indice di forza relativa (Rsi), uno fra gli indicatori più popolari dell’analisi tecnica, i mercati azionari europei si trovano in “ipercomprato”. Per questo si attendono un sell-off, per quanto limitato, nel breve termine. L’indice di forza relativa dell’EuroStoxx 50 si trova appena sotto i 70 punti. Proprio questa soglia indica il livello di ipercomprato, mentre sotto i 30 punti ci si trova in “ipervenduto”. A colpire è anche la variazione degli indici da inizio anno: il FtseEurofirst 300 e l’EuroStoxx 50 sono aumentati del 13 per cento da gennaio, il Cac40 di Parigi il 15 per cento, il Dax tedesco del 30 per cento. Più contenuto il rialzo di Milano, limitato al +7,6%.

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