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Nuovo indirizzo senza penalità

di Giovanni Negri

Il giusto processo mette un argine agli eccessi dell'over ruling. Il cambiamento della giurisprudenza della Cassazione in materia processuale non può sempre avere come conseguenza una valutazione di inidoneità della condotta posta in essere conformemente all'indirizzo al tempo prevalente. Lo spiegano le Sezioni unite civili con la sentenza dell'11 luglio, con la quale vengono puntualizzati gli effetti delle diverse interpretazioni delle norme da parte della Corte.

A partire da una presa d'atto: il diritto come insieme di norme posto da un legislatore non è un monolite ma è soggetto a una pluralità di dinamiche evolutive. La norma cioè non resta cristallizzata in sé stessa ma assume una molteplicità di contenuti per il "gioco" di fattori interni ed esterni. Quanto ai primi, l'interesse protetto dalla norma (espressione della «tensione della collettività verso un bene della vita») non può rimanere imprigionato nel testo della regola di diritto «ma di questa costituisce l'elemento mobile, quasi linfa vitale, che ne orienta il processo di crescita e ne determina i percorsi evolutivi». Il tutto nella ricerca di un costante equilibrio tra le nuove connotazioni che l'interesse tutelato assume nella coscienza sociale e valori di rango superiore e costituzionale.

La norma fa poi parte di un sistema complessivo; è elemento di un'architettura giuridica coordinata nelle sua varie parti. Una situazione che la sentenza non può che definire di diritto vivente, sospesa tra evoluzione e interpretazione correttiva, quando cioè il giudice torna sul testo della norma per trarne un significato diverso da quello assestato in precedenza. Diverso perché ritenuto migliore di quello precedente oppure perché il giudice ritiene che la lettura più vecchia sia in qualche modo sbagliata.

Fatta quest'ampia introduzione, le Sezioni unite si soffermano sull'over ruling in materia processuale, osservando che «è difficile sfuggire allora alla conseguenza che l'atto compiuto dalla parte ed il comportamento da esso tenuto, in conformità all'orientamento over ruled, risulti ora per allora non rituale, "inidoneo per effetto appunto del mutamento di indirizzo giurisprudenziale"».

Si pone però un interrogativo successivo, sulle conseguenze cioè di un cambiamento di giurisprudenza sulle regole del processo, caratterizzato da una parte da assoluta imprevedibilità e dall'altra da un effetto di preclusione del diritto, di azione o di difesa, della parte che aveva fatto conto sulla stabilità del precedente orientamento. In questo caso infatti sono proprio le particolari caratteristiche dell'over ruling che, per la loro eccezionalità, giustificano una scissione tra il comportamento della parte che risulta ex post non conforme alla corretta disciplina del processo e l'effetto di preclusione che ne dovrebbe derivare.

Un effetto che però, nella lettura delle Sezioni unite, è in contrasto con quanto disposto anche nella Costituzione a titolo di «giusto processo». È infatti quest'ultimo a impedire che possa essere pesantemente penalizzata, cancellando la possibilità che venga celebrato un giudizio, la parte che si è mossa alla ricerca di una tutela che prevedeva un'iniziativa processuale secondo regole al tempo pienamente operative. Quello che non può fare la legge non può farlo neppure la giurisprudenza, i cui cambiamenti devono, come le leggi retroattive, a loro volta rispettare il principio di ragionevolezza «non potendo frustrare l'affidamento ingenerato come, nel cittadino, dalla legge previgente, così, nella parte, da un pregresso indirizzo ermeneutico, in assenza di indici di prevedibilità della correlativa modificazione».

Diversi i rimedi: dalla possibilità di rimessione in termini per la parte che ha rispettato le scadenze ma non le forme prescritte dal nuovo indirizzo all'esclusione, come nel caso esaminato degli effetti di preclusione.

 

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