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Nuovo falso in bilancio al primo sì

Il falso in bilancio si impantana nella tenuità del fatto. E il voto della commissione Giustizia del Senato che ieri doveva finalmente sdoganare per l’Aula la tormentata legge anticorruzione slitta a questa mattina. Tuttavia, in serata il nuovo falso in bilancio viene approvato in tutti i contenuti, e sono quelli più qualificanti, che non riguardano la nuova causa di non punibilità. È questo l’esito di un pomeriggio complicato che vede maggioranza e opposizione dividersi mentre la cronaca giudiziaria bussa in maniera sempre più insistente alla porta della commissione.
A passare, con il resto del disegno di legge già approvato nei giorni scorsi, sono così tre delle quattro proposte di correzione presentate lunedì dal ministero della Giustizia. In particolare vengono approvati gli aumenti delle sanzioni sia per le società quotate sia per quelle non quotate. Per le prime la pena sale nel massimo sino a otto anni con un minimo di tre. Mentre per le seconde l’aumento delle sanzioni introduce una forchetta compresa tra uno e cinque anni. Snodo quest’ultimo non del tutto scontato visto che pesava sulla discussione un precedente progetto di legge targato Pd che collocava il massimo della pena a sei anni.
Un anno in più destinato, però, a fare la differenza sotto un duplice profilo. Da una parte prevedere una pena massima a sei anni avrebbe reso possibile le intercettazioni anche per le non quotate, mentre avrebbe impedito proprio l’applicazione dell’archiviazione per tenuità del fatto che il decreto legislativo, pubblicato ieri in «Gazzetta», ammette per i reati puniti però solo fino a cinque anni. Rebus risolto poi dallo stesso Pd che ha ritirato il disegno di legge.
Identica è la fisionomia della condotta tra le due fattispecie con la misura penale che scatta a carico di chi (amministratori, direttori generali, dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili, sindaci e liquidatori) espone od omette fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero oppure la cui comunicazione è imposta dalla legge. La condotta deve poi essere concretamente idonea a indurre in errore e posta in essere con l’obiettivo di ottenere un profitto per sè o altri.
A essere approvato è anche l’emendamento con il quale il ministero della Giustizia inasprisce le sanzioni pecuniarie a carico delle società, elevando gli importi previsti nell’ambito del decreto 231 del 2001: sino a 600 quote per le società di Borsa e sino a 400 quote per le altre (secondo il meccanismo introdotto dal decreto sulla responsabilità degli enti una quota può andare da un minimo di 258 a un massimo di 1.549 euro, lasciando quindi all’autorità giudiziaria un ampio margine di flessibilità nell’applicazione della sanzione).
A rimanere fuori per essere votata solo questa mattina è la parte dedicata, nell’ambito delle società non quotate, ad attenuare le conseguenze del reato. La cui responsabilità verrà comunque sempre riconosciuta, prevedendo sanzioni più leggere se i fatti sono lievi, con particolare riferimento alla dimensione della società e alle modalità del comportamento, oppure la non punibilità, ma con riferimento nel casellario, se è possibile l’archiviazione per tenuità con riferimento questa volta alla limitata portata offensiva del danno prevedibile.
Proprio sull’archiviazione, sull’incertezza venutasi a creare sulla pubblicazione in «Gazzetta» già ieri del decreto legislativo, si sono bloccati i lavori nel pomeriggio, per alcune ore. Un «intoppo», nella lettura del presidente della commissione Francesco Nitto Palma (FI) in tutto ascrivibile al Governo.

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