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Nuovo balzo dell’euro: sale a 1,13 dollari

Le parole di Mario Draghi al Consiglio Ue non sono riuscite a indebolire l’euro. Eppure anche il rialzo dell’euro aveva ispirato il presidente della Banca centrale europea nel suo intervento.
Il tasso di cambio non rientra ufficialmente nei parametri che la Bce utilizza per orientare le proprie decisioni di politica economica ma è chiaro che un euro debole risponde meglio agli interessi della Bce di rilanciare l’inflazione e la crescita nell’area euro. E lo stesso vale per l’altra grande banca centrale impegnata in questa fase in un’azione di contrasto al rischio deflazione: la Bank of Japan. L’efficacia della leva del cambio tuttavia è risultata fortemente ridimensionata da quanto annunciato mercoledì dalla Federal Reserve. E in particolare dall’indicazione secondo cui i ritocchi all’insù del costo del denaro potranno essere due e non quattro come invece si pensava a dicembre.
Sebbene i mercati (quello dei futures ad esempio) avessero in parte già scontato questo scenario la sua ufficializzazione da parte dei banchieri centrali ha avuto infatti forti ripercussioni. In primo luogo sul mercato valutario con il dollaro che si è fortemente indebolito nei confronti delle sue principali divise (sia sviluppate sia emergenti). Di rilievo in particolare l’apprezzamento dello yen giapponese, balzato ai massimi da ottobre 2014, e dell’euro. La moneta unica ha registrato un’impennata oltre 1,13 dollari, un livello mantenuto anche in serata dopo le parole di Draghi che pure ha ribadito che la Bce «è pronta a usare tutti gli strumenti appropriati».
È stata una fiammata notevole se si pensa che giusto una settimana fa, a seguito del varo dei nuovi stimoli monetari della Bce, il cambio era sceso fino a un minimo di 1,0826 dollari. Secondo il parere di molti osservatori 1,12 sarebbe la «soglia di sofferenza» oltre il quale Mario Draghi e gli altri banchieri non vedrebbero di buon occhio un rafforzamento della valuta comune per i suoi riflessi negativi sulla crescita e sull’inflazione dell’Eurozona.
Il superamento di quota 1,13 è quindi un campanello d’allarme per la Bce e per i mercati che si trovano a fare i conti con l’ennesimo capitolo di quella sotterranea «guerra delle valute» che le principali banche centrali in tutto il mondo stanno combattendo, a intensità variabile, da diversi anni a questa parte. Una sterile gara a chi svaluta di più. Giocata peraltro non ad armi pari visto che c’è un giocatore che più di altri ha dimostrato di saper condizionare il risultato finale: la Fed.
Il tono accomodante della comunicazione dei banchieri centrali Usa ridimensiona di molto il contesto generale di divergenza tra le politiche monetarie tra le due sponde dell’Atlantico che ha orientato l’andamento dei mercati nell’ultimo anno e mezzo. Dopo essersi svalutato di circa il 20% negli ultimi due anni l’euro non pare orientato a raggiungere l’obiettivo della parità con il dollaro che, fino a qualche mese fa, sembrava a portata di mano.
«È evidente – commenta Salman Ahmed, capo della divisione global strategist di Lombard Odier Investment Managers – che non esiste più una politica monetaria indipendente. Le azioni di Fed, Bce e Bank of Japan sono inestricabilmente correlate e stanno diventando sempre più politicizzate, poiché affidarsi alla politica monetaria è il principale strumento di sostegno alla crescita oggi disponibile». Resta da capire chi ci guadagna veramente da questa situazione. Il rischio che questa mancanza di coordinamento tra i banchieri centrali finisca per sterilizzare gli effetti delle politiche monetarie è reale. Non a caso la maggior parte dei gestori intervistati dal BofA Merrill Lynch nel suo consueto sondaggio sostiene che il maggior rischio con cui i mercati si dovranno confrontare nei prossimi mesi sia il cosiddetto «Quantitative failure». Cioè il fallimento delle politiche monetarie espansive.

Andrea Franceschi

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