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Nuovi servizi e più dati digitali: così i tecno studi sfidano la crisi

Nuove modalità di gestione della clientela e del personale; propensione a riprogettare lo studio; maggiore cognizione dei punti di forza e debolezza. L’emergenza da Covid-19 ha accelerato il processo di rinnovamento degli studi professionali. E oggi si parla di strategie più mature, che interessano l’efficienza dei processi lavorativi interni, la relazione con i clienti e lo sviluppo di prodotti e servizi innovativi.

Il 2020, l’anno in cui è esplosa la pandemia, ha creato nuove consapevolezze, come sottolinea l’ultima ricerca dell’Osservatorio professionisti e innovazione digitale del Politecnico di Milano. Gli effetti della crisi si mostrano più chiaramente, in termini culturali e organizzativi. Avvocati, commercialisti, consulenti del lavoro e multidisciplinari: il 29% degli studi intervistati dichiara di aver introdotto nuovi servizi a valore aggiunto, e quasi due su tre di aver ricercato più efficienza nei servizi “standard”, così da aumentare la produttività interna e recuperare tempo lavorativo per coordinare le novità.

Gli investimenti

Dalle soluzioni per la gestione elettronica documentale (+34%) ai workflow (+57%), dal Crm (+120%) alla business intelligence (+86%), fino al machine learning (+100%): piccoli, medi e grandi studi hanno puntato in primis su queste tecnologie. E anche i più refrattari al cambiamento si sono “arresi” alla digitalizzazione di base, che significa dematerializzazione di documenti e archivi, e impiego del cloud per migliorare la collaborazione interna e il dialogo con i clienti.

«Chi aveva già investito sull’efficienza organizzativa ha ulteriormente razionalizzato gli strumenti. Chi era ancora indietro si è dovuto giocoforza aggiornare, rendendosi conto che senza tecnologie non poteva lavorare», dice il direttore dell’Osservatorio, Claudio Rorato. Che precisa: «la crisi ha per esempio enfatizzato le difficoltà congenite dei microstudi (fino a 3 persone, ndr), che hanno quindi puntato su strumenti basici: social (+26%) e reti private Vpn (+44%), per soddisfare almeno le esigenze contingenti».

Nel 2020 la spesa in Ict è arrivata a quasi 1,7 miliardi di euro (+8% sul 2019). Rispetto a un anno prima, sono soprattutto gli avvocati a mostrare l’incremento maggiore (+29,9%, anche in virtù dei budget delle grandi strutture), seguiti dai consulenti del lavoro (+13,5%), dagli studi multidisciplinari (+11% e leadership in termini assoluti), e dai commercialisti (+5,2%). Nel complesso, la quota di studi che hanno investito oltre 10mila euro in information technology è passata dal 25 al 31%: un delta che secondo l’Osservatorio dà la misura della rinnovata «sensibilità culturale».

Conta però la qualità e la destinazione di queste tecnologie. «Imprenditori e manager sono sempre più attenti al valore generato dai servizi acquistati e quindi più sensibili al prezzo per quelli generalisti. Gli studi sono chiamati a sviluppare servizi in grado di generare valore tra le attività primarie del cliente e a rendere più efficienti i processi lavorativi relativi alle “commodity”. Solo così, utilizzando di più e meglio i dati, senza limitarsi alla “semplice” compliance normativa, possono creare un patrimonio di conoscenza utile all’impresa», spiega Federico Iannella, ricercatore del Politecnico milanese.

Incassi in ritardo

Nel quadro tracciato dall’Osservatorio professionisti (la cui ricerca sarà presentata giovedì 1° luglio) c’è posto anche per le analisi sulla fragilità finanziaria e la redditività media degli studi. La fragilità sofferta accomuna tutte le professioni e riguarda i ritardi nei pagamenti da parte dei clienti (dichiarata nel 30% dei casi): con le imprese in difficoltà, i professionisti hanno incassato con tempi dilatati. Quanto alla redditività, ci sono invece distinzioni più evidenti. Tolti gli studi con oltre 30 persone in organico, la pandemia si è sentita in particolar modo tra gli avvocati, che per il 61% manifestano un calo rispetto al 2019. Mentre ha pesato meno tra commercialisti e consulenti del lavoro: che anzi, in sei casi su dieci, nel 2020 hanno visto salire la propria redditività, anche a causa del «maggior lavoro dovuto ai provvedimenti del governo».

«La categoria con la percentuale più elevata di redditività in crescita (+64%) è però quella degli studi multidisciplinari», rimarca il professor Rorato: «è quello il vero modello vincente, perché punta sulla dimensione collaborativa e garantisce ai clienti un’offerta di servizi integrata».

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