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Nuovi nomi ma vecchi rischi: negli Usa mina subprime 2.0

Hanno nomi esoterici per i più. Asset depletion loans, Asset dissipation loans. Non QM, acronimo di non qualified mortgages. Ma il timore è che queste e altre sigle nascondano il riscatto di vecchie conoscenze, di mutui e prestiti considerati tra i più rischiosi. Che possano ambire a prendere il posto di prodotti tossici scolpiti nella memoria, dai Subprime agli Alt-A. Un esempio su tutti: presumono, nel caso dell’Asset depletion, che i creditori paghino i costi dando fondo ai loro asset, non al reddito. Nati per una particolare classe di consumatori, con significativi patrimoni liquidi, il problema è che adesso vengono estesi anche a chiunque non abbia salari tradizionali né tesori da parte, dai lavoratori della gig-economy ai pensionati.

Sono uno dei segnali di nuovi, forse ancora piccoli, passi della finanza verso nuovi e controversi rischi nonostante le strette dei regulators – e nonostante le dimensioni della “bomba” subprime che fu scintilla di crisi e recessione nel 2008 restino lontane. In gioco appaiono oggi decine di miliardi di dollari, rispetto ai 1.300 miliardi di allora, e il sistema è stato rafforzato da riforme. «Credo questi segmenti siano tuttora ridotti – spiega Aaron Klein, ex alto funzionario del Tesoro che collaborò alla riforma bancaria Dodd Frank -. Ma i seri problemi di indebitamento delle famiglie Usa potrebbero creare difficoltà a istituti sovraesposti. E la storia insegna che raramente sono strumenti identici al centro di crisi successive». Il rischio, insomma, si insinua e lo fa nuovamente tra le stesse banche, non solo tra le finanziarie non tradizionali del cosiddetto vasto shadow banking. Tornano nel business dei prestiti fragili: Goldman Sachs con il suo Marcus ha oggi concesso 4,75 miliardi in prestiti personali che per il 13% vengono giudicati equivalenti a subprime. E tornano in attività di cartolarizzazione di mutui traballanti, impacchettandoli in obbligazioni garantite da prestiti sulla casa.

Asset depletion e simili prestiti “non convenzionali” si sono attestati, stando a Inside Mortgage Finance, a 12 miliardi nel secondo trimestre 2019, contro i 326 miliardi di prestiti cosiddetti qualificati. Mutui definiti Non QM o Non prime, concessi senza requisiti di reddito e con pochi mesi di saldi del conto corrente, crescono e nel 2018 hanno raggiunto i 45 miliardi, il massimo in dieci anni. Spesso – ma non sempre – vengono tuttora offerti da società non bancarie, tra il 2008 e il 2018 la loro quota complessiva nei mutui è salita dal 9% al 52%. Quando però si tratta della cartolarizzazione in gioco entrano istituti quali Goldman, JP Morgan, Citigroup e Credit Suisse, creando bond da servire agli investitori targati “private label” – i più problematici – rispolverando un segmento che era stato annichilito dal collasso subprime.

Nel primo trimestre 2019, circa 2,5 miliardi di mutui a rischio sono stati cartolarizzati, il doppio dell’anno scorso, seguiti da altri 1,9 miliardi nel secondo trimestre. Oltre 70 miliardi di mutui sono finiti in bond di “private label” nell’ultimo anno, un record dal 2007. Citi ha di recente rilevato dalla non-bancaria Impac Mortgage Holdings 932 mutui e con questi ha lanciato obbligazioni per 350 milioni. Wells Fargo ha concluso le prime cartolarizzazioni dalla crisi e Goldman nel 2019 ha concluso tre operazioni. Bank of America si è fatta aggregatore di prestiti del trust immobiliare Chimera Investment.

Questa strisciante caccia al rischio “retail” ha cominciato a destare allarme tra le Autorità. «Con le banche che hanno ampliato la sottoscrizione (di prestiti a rischio, Ndr), i regulators hanno notato debolezze nelle politiche e nelle pratiche», ha ammonito Richard Taft, responsabile di credit-risk per l’Office of The Conptroller of the Currency che assieme alla Fed supervisiona gli istituti di credito. «Devono sviluppare e realizzare politiche, procedimenti, e sistemi di controllo che siano coerenti con pratiche bancarie sicure e salutari».

Mutui e loro derivati non sono il solo angolo del mercato sotto i riflettori. Tra i prestiti fragili oggi si contano nell’auto – in tutto 1.300 miliardi, saliti del 40% in dieci anni. Sono considerati meno pericolosi per il sistema finanziario, perché poco cartolarizzati e a minor grado di contagio, ma non innocui: un record di ben sette milioni l’anno scorso soffrivano di ritardi di almeno tre mesi. E i titoli garantiti da asset nell’auto, al contempo, si sono impennati a 107 miliardi da 59 miliardi nel 2011. Mentre gli standard si sono allentati: Santander Usa, tra i leader nel settore, ha verificato il reddito di solo il 3% dei creditori nell’ultimo anno prima di impacchettare i prestiti in bond per un miliardo di dollari.

Ad aggravare il clima è inoltre il peso dell’insieme dei debiti che ormai soffoca gli americani: in trent’anni è aumentato di 9mila miliardi, per il 74% concesso al 90% meno abbiente. Risultato dell’impannata dei costi – studi +549%, casa +188%, sanità +276% e persino le onnipresenti vetture – mentre i redditi hanno ristagnato. Gli ultra-bassi tassi d’interesse in anni recenti hanno fatto il resto. Anche escludendo i mutui, diecimila miliardi, l’indebitamento delle famiglie è ormai al record di quattromila miliardi, con in particolare 1.600 miliardi di debito studentesco, pari all’8% del reddito nazionale. Oggi questo debito consuma circa il 10% del reddito disponibile, meno del 13,2% del 2007, ma la situazione potrebbe cambiare rapidamente davanti a rovesci dell’economia. Gli analisti, da Moody’s alla Fed, ritengono ci sia stata una ottimistica “inflazione dei rating” sulla solidità crediti degli americani durante la ripresa. Un ottimismo potrebbe dissiparsi e complicare la navigazione dell’economia e del settore finanziario al cospetto dell’iceberg del debito.

Marco Valsania

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