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Nuovi minimi, ci perdono tutti

Fisco punitivo per i giovani professionisti. Il nuovo regime forfettario previsto dalla legge di Stabilità 2015 non solo costa di più dei vecchi minimi, ma anche della tassazione ordinaria. Ma tra le partite Iva, le libere professioni e i freelance risultano discriminati anche rispetto ad altre categorie (come per esempio artigiani e commercianti), che potranno quantomeno neutralizzare il maggior carico fiscale con sgravi contributivi, pur sacrificando la futura pensione. In tutto ciò, lo stato non incamera neanche un maggiore gettito, ma anzi le casse pubbliche saranno incise negativamente per quasi 5 miliardi di euro in sei anni. Per tutti questi motivi il regime forfettario previsto dalla legge n. 190/2014 deve essere ripensato. È quanto ha affermato nei giorni scorsi la Cna, che ha realizzato due studi intitolati «Il fisco non è uguale per tutti» e «Nuovi forfettari alla ricerca delle opportunità perdute».

Le differenze tra forfetari e ordinari. L’applicazione dell’imposta sostitutiva del 15% sul reddito determinato con metodi forfetari potrebbe apparire, a prima vista, una forma di riduzione della pressione fiscale. In realtà ciò si verifica solo al di sopra dei 35 mila euro di ricavi. Tetto però al quale solo poche categorie possono arrivare (commercianti, albergatori, ristoratori). Per i professionisti il limite di fatturato per poter restare nel regime a forfait è fissato a 15 mila euro annui, con un coefficiente di redditività del 78% per determinare l’imponibile. Pertanto, osserva la Cna, sebbene l’aliquota Irpef del primo scaglione sia pari al 23%, a cui devono aggiungersi le addizionali regionali e comunali (in media il 2,06%), per livelli bassi di reddito l’imposta dovuta nel regime ordinario risulta comunque più bassa. A ridurre il prelievo ordinario giocano un ruolo fondamentale sia la detrazione Irpef prevista dall’articolo 13 del Tuir per i lavoratori autonomi, pari a 1.104 euro, sia la franchigia Irap di 10.500 euro (laddove l’imposta regionale risultasse applicabile).

Le differenze tra autonomi e dipendenti. Ma dai calcoli della Cna emerge una ulteriore sperequazione anche nel trattamento fiscale di partite Iva e lavoratori dipendenti, a parità di reddito. Come evidenziato nel grafico in pagina, in corrispondenza di un reddito di 10 mila euro gli imprenditori in contabilità semplificata e i professionisti subiscono una tassazione effettiva che supera di poco il 15%. Nella stessa fascia di reddito, i dipendenti scontano un’imposizione effettiva pari a zero, a seguito dell’applicazione delle detrazioni da lavoro dipendente (circa 1.700 euro) e del bonus degli 80 euro mensili introdotto dal dl n. 66/2014.

Gli effetti sul gettito. Il giro di vite sulle piccole partite Iva non consentirà comunque all’erario di incassare di più. Anzi, le conseguenze finanziarie sul bilancio dello stato saranno negative per una cifra variabile tra gli 800 e i 900 milioni di euro all’anno (si veda altra tabella in pagina). A generare l’onere è prevalentemente la norma che permette ad artigiani e commercianti aderenti al regime forfettario di usufruire di un sistema di favore nel calcolo dei contributi previdenziali: invece di determinarli su un reddito figurativo detto «minimale» (che prescinde da quello effettivamente realizzato), potranno quantificarli «a percentuale». Si ricorda che tra il 2012 e il 2014 il minimale è stato pari rispettivamente a 14.930, 15.357 e 15.516 euro. Ciò che i contribuenti risparmieranno nell’immediato si rifletterà però inevitabilmente sulle aspettative della futura pensione. La possibilità di scegliere sarà tuttavia limitata solamente ai soggetti iscritti alle predette gestioni speciali. I professionisti che si trovano in una delle casse previdenziali di categoria, così come gli autonomi senza cassa iscritti alla gestione separata Inps non avranno alcun beneficio.

Le differenze tra vecchi e nuovi minimi. La disparità di trattamento maggiore rimane quella tra chi applicava i vecchi regimi agevolati alla data del 31 dicembre 2014 e chi ha avviato la propria attività dal 1° gennaio 2015 in poi. Con l’inizio del nuovo anno, infatti, la legge di stabilità ha mandato in soffitta sia il regime dei minimi previsto dal dl n. 98/2011 (con tetto di ricavi a 30 mila euro e aliquota al 5% per tutti), sia il regime delle nuove iniziative produttive (fatturato ammesso di 30.987 euro e imposta sostitutiva al 10%). In via transitoria, tuttavia, la legge n. 190/2014 ha previsto che chi al 31 dicembre già applicava tali meccanismi agevolati avrebbe potuto continuare a utilizzarli fino a naturale scadenza. Disposizione, questa, che ha innescato una vera e propria corsa ad aprire la partita Iva entro la fine del 2014 (si veda ItaliaOggi dell’11 dicembre 2014). Soprattutto da parte dei soggetti under-35, che avrebbero potuto continuare ad avvalersi della tassazione agevolata fino al compimento di tale età. Un giovane professionista che avvia la sua attività nel 2015, quindi, a parità di reddito si troverà a pagare in media più del doppio delle tasse del coetaneo che ha iniziato prima del 31 dicembre 2014.

Le prospettive di modifica. La riforma dei minimi prevista dalla legge di Stabilità ha subito innescato un focolaio di polemiche. Tutti gli ordini professionali si sono schierati compatti per chiedere al governo di rivedere le misure, innalzando le soglie dei ricavi ammessi e/o riducendo l’imposta sostitutiva (si veda ItaliaOggi dell’8 dicembre 2014). Anche dal mondo dell’artigianato e delle piccole imprese, che pure sono i soggetti per i quali il sistema forfettario può risultare più conveniente, non mancano le richieste di intervento. «Dalle analisi effettuate emerge con chiarezza che il nuovo regime forfettario prevede delle concrete semplificazioni fiscali, eliminando qualsiasi onere contabile e di comunicazione di dati all’Agenzia delle entrate», osserva la Cna, «i vantaggi economici derivanti dai risparmi di oneri amministrativi sono però completamente mangiati dai maggiori tributi dovuti». Anche per le piccole partite Iva che riterranno più conveniente optare per il regime ordinario, comunque, i benefici fiscali sono inferiori rispetto ai vantaggi riservati ai dipendenti (su tutti il bonus 80 euro). «È vero che per le imprese individuali in contabilità semplificata e per i professionisti le riduzioni delle imposte e le eccezioni previste nella tassazione ordinaria riducono l’aliquota effettiva di imposizione al di sotto del 15%», prosegue la Cna, «è importante sottolineare, tuttavia, che si tratta di riduzioni non parificabili a quelle previste per gli altri redditi da lavoro». Al punto che anche il presidente del consiglio, Matteo Renzi, in un’intervista del 23 dicembre ha riconosciuto che «le giovani partite Iva hanno avuto meno vantaggi di tutti» e si è assunto «la responsabilità di fare un provvedimento ad hoc nei prossimi mesi».

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