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Nuovi minimi al test di convenienza

Il disegno della legge di stabilità non è neppure arrivato al Parlamento, e già piovono le richieste di correggere il nuovo regime forfettario per le partite Iva. Quello, per intenderci, destinato a sostituire dal 2015 il regime dei minimi per autonomi e mini-imprese, triplicando l’aliquota dal 5 al 15 per cento.
Si lamentano i professionisti, in particolare, per i quali il livello dei ricavi che consente di avere la tassazione agevolata si abbasserà l’anno prossimo da 30mila a 15mila euro. Una soglia che anche il sottosegretario all’Economia, Enrico Zanetti, ha definito nei giorni scorsi troppo bassa.
Nel frattempo, gli oltre 700mila contribuenti che oggi stanno beneficiano dei minimi si chiedono se e quanto le nuove regole saranno convenienti. E in ballo ci sono anche i giovani, gli ex dipendenti che hanno perso il lavoro e i pensionati che apriranno una partita Iva nei prossimi mesi per mettersi in proprio. Il tutto per una platea di 900mila potenziali interessati, secondo le previsioni del premier, Matteo Renzi.
Ma non è solo una questione di aliquota o di livelli di reddito. Anzi, l’impatto del regime forfettario dovrà essere valutato tenendo conto di almeno quattro fattori diversi, che potranno essere modificati più o meno profondamente da deputati e senatori, rispetto al testo del Ddl licenziato mercoledì scorso dal Consiglio dei ministri.
Oltre al limite dei ricavi, va considerato il coefficiente che deve essere applicato per calcolare il reddito.
Chi aderisce al nuovo regime, infatti, non può dedurre i costi sostenuti voce per voce. Al contrario, il Ddl di stabilità prevede dei forfait da applicare ai ricavi, che variano per i diversi tipi di attività. Ad esempio, per i professionisti il coefficiente di redditività è fissato al 78%: in pratica, un giovane avvocato che incassa 10mila euro, calcolerà l’imposta del 15% su un imponibile forfettario di 7.800 euro, da cui potrà sottrarre solo i contributi previdenziali. Alcune categorie hanno già chiesto di modificare i coefficienti, ma c’è anche un altro aspetto da valutare: chi calcola il reddito a forfait, difficilmente potrà azzerare l’imponibile, anche considerando l’abbattimaento di 1/3 per i primi tre anni. Mentre oggi un contribuente minimo che abbia molte spese – magari perché in fase di start up – può finire a zero.
C’è poi il nodo della previdenza. La bozza messa a punto dal Governo elimina i minimi contributivi per artigiani e commercianti, che quindi potranno parametrare i versamenti previdenziali sulla base del reddito reale.
Non è semplice, quindi, valutare nel caso concreto i pro e i contro. E questo al netto delle modifiche (tutt’altro che improbabili) rispetto al regime delineato dalle bozze del Ddl stabilità circolate nei giorni scorsi.
Di fatto, il nuovo regime forfettario – dato che non ha una scadenza – si propone come un’alternativa stabile al regime ordinario di tassazione per chi ha redditi bassi. Tant’è vero che chi ha i requisiti cade automaticamente nel forfait e, se lo desidera, può optare per seguire le regole “normali”. Un’opzione che oggi – a dir la verità – pare molto difficile da immaginare, se non altro perché chi calcola le tasse a forfait evita anche Iva, studi di settore e Irap.
Con ogni probabilità, il vero competitor del forfait sarà l’attuale regime dei minimi al 5 per cento. Il Ddl di stabilità lo cancella dal 2015, ma chi vi si trova oggi potrà decidere di restarci fino alla scadenza “naturale”: vale a dire il termine di cinque anni o il compimento dei 35 anni di età. In base alle prime simulazioni, l’asticella della convenienza sembra pendere verso l’attuale regime dei minimi, se non altro per l’aumento dell’aliquota.
Al di là di chi è già nei minimi, non è neppure da escludere una corsa ad aprire la nuova partita Iva entro il 31 dicembre di quest’anno, così da garantirsi la possibilità di scegliere tra i due modelli fiscali secondo la propria convenienza.

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