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Nuovi mercati dopo la rivoluzione

L’ondata di manifestazioni per la democrazia identificata come «Primavera araba» è seguita con grande attenzione dagli studi legali italiani. Storicamente, infatti, la sponda Sud del Mediterraneo è sempre stato un mercato interessante per le aziende del nostro paese, che dal processo di democratizzazione possono trarre grande giovamento a fronte della crisi che sta colpendo i consumi nazionali.

In questo ruolo le law firm possono svolgere un ruolo decisivo come veri e propri partner di business, pur con la consapevolezza che il terreno resterà incidentato a lungo.

Emblematica la situazione dell’Egitto, dove è trascorso un anno e mezzo dalla caduta di Mubarak, ma senza che il processo di transizione sia stato completato.

«I risultati fino a oggi raggiunti (elezioni parlamentari, avvio del processo di revisione costituzionale, prevista cessione dei poteri dalle autorità militari a quelle civili)», si legge in un report Sace, «sono stati infatti rovesciati dalle recenti sentenze della Corte costituzionale egiziana, che ha dichiarato l’incostituzionalità della legge che prevedeva l’interdizione dagli uffici politici per gli esponenti del precedente regime». Un intervento «che ha reso legittima la candidatura alle elezioni presidenziali di Ahmed Shafiq, ex primo ministro di Mubarak sostenuto dal Consiglio superiore delle Forze armate».

A seguito di queste sentenze, spiegano gli analisti, le forze armate hanno rafforzato ulteriormente il controllo sul processo di transizione: i militari hanno infatti sciolto l’assemblea costituente eletta dall’ex parlamento, e modificato la Costituzione approvata a marzo 2011. Il tutto di fatto limitando il potere del presidente democraticamente eletto, Mohammed Mursi. Questo contesto, prosegue Sace, limita le prospettive economiche del paese e influisce sulla percezione del rischio da parte degli investitori, tanto che i Cds a cinque anni, prodotti finanziari di copertura contro il default del debito sovrano egiziano, hanno raggiunto 650 punti base, il livello più elevato dal 2009.

La scelta di operare in loco

Così gli stessi studi legali, tranne alcune eccezioni (al Cairo è presente ad esempio Baker & McKenzie con una struttura di una quarantina di avvocati che segue anche clienti italiani, in primis Finmeccanica), preferiscono operare in quei mercati direttamente dall’Italia, appoggiandosi ad avvocati locali esperti delle singole materie.

Diversa la scelta fatta da P&A Legal, che dal 2002 è presente in Libia, altro paese coinvolto nel processo di transizione dopo la lunga dittatura del colonnello Gheddafi. A Tripoli lo studio può contare sull’attività di dieci professionisti guidati da Paolo Greco, che seguono clienti italiani presenti nel paese (tra cui Impregilo, Italcementi, Sirti e Bonatti), anche nei paesi vicini come Libano, Giordania, Tunisia e lo stesso Egitto. «Il mercato al momento si presenta in via potenziale», annota Greco. «L’attività dello Stato è ancora in fase di ripartenza, per cui i principali business sono legati al settore oil&gas, già ampiamente ripreso, al mercato privato in forte espansione e alla preparazione delle enormi opportunità che gli appalti pubblici prevedono».

La Libia è un paese da costruire dopo 42 anni di dittatura e due tra guerra civile e di liberazione e fase transitoria. «Sono convinto che ci saranno enormi investimenti dello Stato libico in favore delle infrastrutture necessarie a garantire un migliore e decoroso tenore di vita al popolo», si dice convinto l’avvocato.

Quanti al mercato legale, al momento è dominato da operatori locali, prevalentemente specializzati in litigation e spesso legati da accordi con law firm internazionali. Anche in questo caso, quindi, almeno in partenza c’è spazio per gli studi occidentali che volessero insidiarsi in loco.

Investimento a lungo termine

Le aziende italiane che decidono di puntare sul Maghreb lo fanno essenzialmente con un’ottica di lungo periodo: consapevoli che il mercato interno è destinato a restare debole ancora per diversi anni, cercano di anticipare i competitor internazionali confidando nello storico legame tra l’Italia e quell’area, anche a rischio di pagare oggi lo scotto a una situazione ancora in via di definizione. In questo senso si inquadra la riflessione di Giovannella D’Andrea, partner dello studio Mora, che ha iniziato a seguire aziende italiane in Maghreb nel lontano 1999 e che negli ultimi anni ha affiancato il ministero dell’Irrigazione dell’Egitto della revisione della normativa ambientale in materia di protezione delle acque, «al fine di assicurare la sua progressiva armonizzazione con il diritto europeo e di migliorarne l’effettiva applicazione», spiega D’Andrea. «È importante sottolineare che, nonostante gli attuali momenti di incertezza, questi paesi rimangono tra i principali partner commerciali dell’Italia e dell’Europa. Le strette relazioni politiche e commerciali che legano le due aree rappresentano uno sbocco privilegiato per le imprese italiane che guardano all’estero per i loro investimenti futuri, con particolare riguardo ai settori dell’agro-alimentare, delle rinnovabili, dell’ambiente e delle infrastrutture, oltre che al settore produttivo in genere». Senza dimenticare l’attenzione delle istituzioni europee a sostegno del processo di democratizzazione in corso.

Decisive le relazioni tra i paesi

Chi investe in un paese straniero con buone potenzialità in termini di business guarda in primo luogo alla stabilità sociale e agli strumenti di protezione degli investimenti. Voci che diventano ancora più rilevanti quando si ha a che fare con paesi in fase di transizione come quelli interessati dalla Primavera araba. «La tutela degli investimenti passa attraverso l’impostazione di solide relazioni diplomatiche tra l’Italia e quei Paesi», commenta Paolo Gallarati, socio di Nctm, studio che ha costituito un international desk (una ventina i professionisti al lavoro) impegnato a seguire le pmi italiane in fase di avvio e consolidamento dei propri progetti di internazionalizzazione. Tra le operazioni seguite di recente da Nctm figurano diverse joint venture di carattere commerciale e industriale Negli Emirati Arabi Uniti, in Iraq e in Egitto. «Il quadro di questi paesi resta promettente», secondo Gallarati. «È necessario programmare attentamente gli investimenti, ma senza ritardarne le iniziative, posto che il quadro politico – ancora incerto – si sta stabilizzando, per cui i primi operatori che riusciranno a instaurare rapporti d’affari in quei mercati, beneficeranno di un notevole vantaggio competitivo nel lungo periodo», conclude.

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