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Nuovi ingranaggi anti-crisi

Capacità e coraggio di scegliere la via della riconversione. Per molte imprese della meccanica è stato questo il jolly che le ha aiutate prima a resistere alla crisi e poi a gettare le basi per la ripresa. Abbinando, in più, la capacità di “fare sistema” con la riorganizzazione interna, dal l’innovazione ai servizi. Un pacchetto di asset rivelatosi essenziale per aprire le porte a nuovi mercati.
«Al crollo del 2008 la meccanica ha resistito abbastanza bene – commenta Angelo Megaro, capo del servizio studi di Federmeccanica – poi ha iniziato il recupero in termini di export ritornando ai livelli pre-crisi». L’apice della crisi nel 2009, quando il comparto ha vissuto il contraccolpo della recessione perdendo 31 punti di produzione rispetto al record del primo trimestre dell’anno precedente. Poi nel 2011, secondo Megaro, la stima del valore della produzione del settore era di circa 400 miliardi, di cui oltre 186 realizzati con l’export.
«La crisi ha lasciato il segno sui bilanci delle aziende» aggiunge Luigi Galdabini, presidente di Ucimu (macchine utensili). Moltissimi i conti in rosso, «ma il ricorso alle procedure concorsuali non è stato così massiccio come le premesse lasciavano immaginare» rimarca Sandro Bonomi, alla guida di Anima (meccanica varia e affine).
Alla ripresa ha contribuito proprio la capacità di reinventarsi, ma questa via non è stata percorsa da molti imprenditori. «Quasi un’azienda su dieci si è riposizionata per non essere costretta a chiudere – precisa Bonomi riferendosi ai suoi associati – e poco meno del 20% ha reagito con un’organizzazione più flessibile e dinamica». In molti ha così iniziato a farsi strada l’idea del “fare sistema” tra Pmi complementari. «L’aggregarsi in alleanze produttive dovrebbe diventare parte della nostra cultura per combattere il nanismo imprenditoriale e l’individualismo – precisa Galdabini -. In una fase di crisi la prima cosa da fare è mettere in sicurezza i conti e non dipendere eccessivamente dal credito bancario. Una solidità che poi permette di ideare prodotti innovativi e di qualità».
Solidità che si raggiunge grazie alla politica di reinvestimento degli utili in azienda, buona pratica seguita da molte Pmi. Come le cinque aziende “familiari” che nel 2010 hanno dato vita a Netmade, rete d’impresa con base a Correggio (Reggio Emilia). «L’origine delle imprese era legata alla meccanica e la crisi ha portato a un crollo dei ricavi – ricorda Barbara Franchini, manager della rete -. Nel 2009 ci siamo reinventati, unendoci e scegliendo di riversare nella produzione di stampi, di articoli tecnici industriali in gomma e di macchine complete il nostro know how». Dopo un rodaggio di 18 mesi, ora le cinque imprese in rete proseguono con la ricerca e sviluppo, puntando su internazionalizzazione e servizio ai clienti. «Anche se si è una piccola azienda non si deve avere paura e osare» è il consiglio della manager. Non ci sono stati tagli occupazionali e il giro d’affari complessivo ora raggiunge i 55 milioni dai 40 del 2009.
«Il mercato va verso un allargamento dei servizi, che è un segnale strategico per rispondere alla crisi – osserva Andrea Dossena, economista di Prometeia -, perché i vantaggi della tecnologia sono relativi e i competitor progrediscono rapidamente».
«Si devono mettere in campo nuovi prodotti e tecnologie, bisogna entrare in nuovi mercati – conferma Bonomi -. Anche noi abbiamo seguito questa via». La Enolgas, l’impresa guidata dal presidente di Anima, la scorsa settimana ha presentato in una fiera a Singapore le nuove generazioni di dispositivi per la climatizzazione. «I prodotti tradizionali sono insidiati dai cinesi e con le nuove linee di valvole e sistemi di automazione domestica stiamo ricostruendo la nostra presenza nel Far East».
Cambio radicale anche alla Bellino di Modugno, Pmi nel distretto pugliese della meccanica, che ha voltato pagina diventando un costruttore di valvole per il comparto dell’oil&gas abbandonando l’attività di terzista. «Una scelta ponderata dopo aver visto il progressivo indebolimento dei grandi clienti che chiudevano o riducevano le commesse – racconta Tina Luciano, direttore commerciale della società e presidente del distretto -. L’alternativa era una lenta morte per asfissia del mercato». Invece la nuova sfida è stata vinta: il budget 2012 è a 9 milioni rispetto ai 4 del 2008, l’azienda cresce e aumentano anche i posti di lavoro (a quota 37 contro i 25 di quattro anni fa). Non sono state altrettanto fortunate altre aziende del distretto, costrette a chiudere. «Molte Pmi cercano di difendersi con contratti di rete e accordi di distribuzione – continua Luciano – e tutto sommato il territorio è riuscito a tenere testa a un ciclo drammatico».
Nel resto d’Italia la scelta di mettersi insieme non ha avuto molto seguito, perché – spiega Galdabini – «si tratta di progetti di medio periodo». Però non mancano casi in cui a spingere verso questa soluzione sono gli operatori del private equity. Come per la Paritel, holding industriale di Bologna, che si è indirizzata sulle macchine utensili per la rettifica. «Puntiamo a diventare il principale gruppo industriale italiano nel settore delle rettificatrici – dice Luca Peli, presidente della holding – con un progetto integrato che ha portato alla creazione della Italia Machine Tools». Non più delle Pmi in concorrenza tra loro, ma un gruppo con 500 persone, circa 120 milioni di ricavi e un’export al 90% verso i Brics.

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