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Nuovi capitali? Non bussate alla porta di casa

Esiste un problema di equilibrio tra raccolta e impieghi in capo alle banche che operano in Italia sotto il controllo di gruppi stranieri? Con il consueto velo di euroscetticismo e tratteggiando sullo sfondo l’ipotesi di un possibile ritorno alle monete nazionali — con conseguente ridenominazione dei debiti in valuta locale — come possibile sviluppo della crisi dell’euro, il Financial Times la scorsa settimana — prima peraltro della pronuncia favorevole della Corte costituzionale tedesca sugli aiuti ai Paesi aderenti alla moneta unica, che a queste manovre di disturbo dovrebbe aver messo momentaneamente fine — ha posto il problema della Bnl, la Banca nazionale del lavoro, che da sei anni è entrata nell’orbita dei francesi di Bnp Paribas.
Bilanci
Lavate le scorie della malizia politica e del catastrofismo britannico nei confronti della moneta continentale, il problema merita di essere analizzato nei suoi elementi distintivi.
Bnp Paribas, Crédit Agricole, Barclays, Ing e Deutsche Bank, che in Italia hanno attività consistenti di banca commerciale — non quindi solo di wealth management o di merchant bank — che tipo di saldo hanno nel Bel Paese? Sono più i denari che raccolgono, o quelli che investono?
Se ci limitiamo ai dati confrontabili, vanno pesati tre soli gruppi, Bnp, Crédit Agricole e Deutsche, che forniscono informazioni sia sulla raccolta che sugli impieghi. Gli olandesi di Ing — gli inventori di Conto Arancio — e gli inglesi di Barclays si limitano invece a dare aggregati per la regione del Sud Europa, rimarcando la quantità dei soli impieghi in Italia, rispettivamente 7 miliardi e 21,9 miliardi (vedi tabella in alto, nda), ma tacendo completamente la consistenza della raccolta.
Più impieghi
Così il confronto dei primi tre gruppi, che in Italia controllano rispettivamente Cariparma-Friuladria, Bnl e Deutsche Spa, vede la netta preminenza degli impieghi, che nel 2011 hanno raggiunto i 132,566 miliardi contro 93,856 miliardi di raccolta, con una differenza netta di 38,71 miliardi, pari a circa un terzo della raccolta stessa. Una differenza ampia.
I due gruppi maggiori, entrambi francesi, si sono mossi con grande linearità. Negli ultimi tre semestri, da gennaio 2011 a giugno 2012, Bnl ha visto crediti alla clientela pari a 79,31 miliardi; 79,27 miliardi e 78,41 miliardi, contro una raccolta diretta pari rispettivamente a 46,31 miliardi; 45,65 miliardi e 42,99 miliardi. In pratica, oltre trenta miliardi di gap a semestre.
Crédit Agricole nel primo semestre 2012 ha raccolto 34,9 miliardi di euro (+6,1 per cento sul corrispondente periodo del 2011), grazie sia al conto deposito attivato nel periodo che a un collocamento obbligazionario. Entrambi questi strumenti hanno contribuito a portare la massa amministrata a 81,6 miliardi (47,6 miliardi di euro la indiretta).
Gli impieghi, al netto dei finanziamenti alle società del gruppo, hanno raggiunto i 33,7 miliardi (+1%), grazie all’accensione nei primi sei mesi del 2012 di 7.157 contratti di mutui casa, in un mercato che, nel suo complesso, è risultato in decisa frenata.
Lo stock
L’Aibe, l’Associazione delle banche estere in Italia presieduta da Guido Rosa, nel suo ultimo report annuale presentato lo scorso giugno, scrive al riguardo dei tredici istituti stranieri operanti nel comparto retail italiano: «Lo stock di attivo a fine 2011 era pari a circa 182 miliardi di euro, di cui circa tre quarti costituiti di crediti verso la clientela. Il portafoglio crediti si compone per oltre il 60 per cento di mutui ipotecari».
Una presenza confermata dal governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, che nella sua relazione annuale, lo scorso 31 maggio, ha evidenziato come le banche estere in Italia abbiano conquistato, al 31 dicembre scorso, il 28 per cento del mercato dei mutui, con un aumento dell’8 per cento nell’ultimo anno, in controtendenza rispetto ai principali gruppi italiani.
Impatto inglese
La conferma viene da Barclays che impiega 19 dei 21,9 miliardi totali in mutui, sulla scorta soprattutto dell’acquisizione di Woolwich, uno dei grandi player del settore che fino a qualche anno fa operava autonomamente in Italia. Cosicché si può considerare che, oggi, ogni tre case che vengono comperate in Italia attingendo al prestito bancario, una viene pagata con denaro proveniente dall’estero.
Lettura speculare
Peraltro il problema propone anche una lettura speculare, con il caso di Unicredit. La maggiore banca italiana, presente in 22 Paesi, ha in Germania il controllo della bavarese Hvb, uno dei grandi istituti di credito tedeschi. Quando Piazza Cordusio decise di impiegare in Italia parte della liquidità raccolta in Germania da Hvb si trovò contro il nein della Bafin, l’equivalente germanico della Consob.
È storia recente e Unicredit tirò disciplinatamente il freno. Ma è proprio per questo che l’euroscetticismo del Financial Times continua ad avere diritto di cittadinanza. Finché banche europee, con una moneta unica, non potranno muoversi liberamente sul territorio dell’Unione, verrà sempre facile il gioco del sabotatore.

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