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Nuove relazioni internazionali per superare la crisi finanziaria

Di fronte ai pericoli di una grande crisi, la Fed e la Bce hanno deciso di creare nuova moneta in quantità rilevante. Il Governo federale americano e quello tedesco hanno preannunciato interventi di spesa di dimensione significativa. La Commissione Europea ha deciso di esonerare i singoli paesi membri dell’Ue dal rispetto dei vincoli di bilancio pubblico stabilito per trattato. È lecito domandarsi se queste sono politiche adatte a fronteggiare gli effetti di domanda e di offerta della crisi sanitaria.

Le due importanti banche centrali sono state indotte a intervenire per gli andamenti negativi delle borse valori e i Governi per le conseguenti difficoltà delle imprese produttive e per lenire gli effetti sociali. Le due decisioni sono in linea con le conoscenze sui modi di funzionamento dei mercati, ma non lo sono se si considerano i rischi ai quali andiamo incontro, un nodo che la politica deve sciogliere.

Un po’ tutti affermano che il futuro non sarà più come il passato. Se si parla del passaggio dai vecchi assetti produttivi e sociali ai nuovi imposti dalle innovazioni tecnologiche che ci stanno proiettando nell’infosfera, questa affermazione si potrebbe ritenere fondata; ma c’è qualcosa in più che va tenuto presente nel processo di transizione in atto ed è ciò di cui si deve tenere conto.

L’economia finanziarizzata e globalizzata ha creato una massa di attività e passività finanziarie sproporzionata rispetto ai parametri conosciuti nel lontano passato rispetto al prodotto lordo mondiale. Non a caso si è detto che la finanza è divenuta un’industria a sé stante, usando il termine di riferimento consueto per l’attività produttiva. Chi possiede la ricchezza finanziaria è convinto di avere un equivalente potere di acquisto sulla ricchezza reale. Di fronte al solo dubbio che così non sia, subentra il panico e non pochi tentano di vendere l’attività finanziaria in loro possesso, ma il mercato non ha la liquidità necessaria. Si avvia così il ciclo delle manie, del panico e della crisi che un mio maestro, Charles Kindleberger, ha descritto nel 1978 in un mirabile saggio che ha avuto ben sette edizioni. Quali i rimedi?

La creazione di attività finanziarie avviene sempre in coincidenza con l’accensione di una passività in una delle forme dirette (azioni, obbligazioni, depositi e altri titoli) o tramite intermediari (banche e altre società). La moltiplicazione di questi strumenti finanziari è denominata in un’unità monetaria non necessariamente posseduta dagli emittenti, ma ceduta dai risparmiatori all’atto della sottoscrizione; se questi, presi dal panico, tentano di trasformarle in moneta vera e propria, la liquidità del mercato è inevitabilmente insufficiente e chi la crea è chiamato a fornirla in quantità sufficiente, causando la perdita della loro indipendenza. Non è facile prevedere quale siano gli effetti sull’inflazione di questo stato di necessità, ma dipende dalla capacità delle autorità monetaria di riassorbire la moneta di base creata in eccesso rispetto ai bisogni ordinari dell’economia. Nel 2019 la Fed ha provato a farlo aumentando i tassi dell’interesse e riducendo la creazione di moneta, ma ora ha dovuto interrompere il tentativo. La Bce manifestò la stessa intenzione, ma non ha potuto neanche avviare l’iniziativa.

La prima conclusione è che la politica monetaria della Fed e della Bce è razionale sul piano delle necessità pratiche attuali e la sua efficacia dipende dalla volontà di agire nella dimensione necessaria e senza esitazioni. Pertanto il problema del rientro nella normalità monetaria non dipende più da loro, ma dagli andamenti dell’economia reale e dal coordinamento che riusciranno a tenere con le altre banche centrali del mondo che svolgono lo stesso compito al servizio dei molti miliardi in più di abitanti della Terra. Se mancasse il coordinamento esse si porrebbero all’origine di una crisi ancora più grave.

La diffusione territoriale del coronavirus è la naturale espressione della globalizzazione degli scambi delle merci e dei servizi, ai quali si accompagnano i movimenti delle persone, principali veicoli dell’infezione. I modi per affrontare la crisi sanitaria ed economica dovevano essere decisi cooperando a livello globale, ma questa è esplosa in un momento in cui le relazioni internazionali si trovano al minimo post bellico e post caduta del comunismo sovietico. Poiché si va affrontando la crisi produttiva sul piano nazionale, mentre la domanda esistente è globale, gli effetti deflazionistici saranno più gravi e certamente incideranno sugli equilibri geopolitici; i sintomi che questi sfocino in gravi tensioni tra paesi e aree geografiche sono già sotto i nostri occhi. Resta solo la speranza, ma non la certezza che non tocchino la pace, che già è diversamente distribuita nel mondo.

Il rilancio dell’offerta, ossia della produzione, e la ripresa degli scambi internazionali sono i due obiettivi che devono perseguire i leader globali, se ancora esistono. Non è certo che la creazione monetaria per stabilizzare la finanza si trasmetta alla domanda reale; solo la ripresa produttiva può farlo, se avviene in modo quanto più diffuso nel Pianeta, altrimenti la domiciliazione locale della ripresa, come quella che si va sospingendo negli Stati Uniti e in Germania, indirizzerà la nuova liquidità creata verso di loro, come già sta accadendo. Sulla base delle conoscenze di come reagisce il mercato degli Stati Uniti, se non si riesce a correggere questa attrazione esercitata sul risparmio estero, peggiorerebbe la loro bilancia di parte corrente, trasferendo lo squilibrio al cambio del dollaro. In Germania, che non ha bisogno di risorse trovandosi in un surplus di bilancia estera, può invece causare inflazione da domanda interna che si scaricherebbe sull’euro. Gli squilibri valutari si aggiungerebbero alla crisi esistente.

So bene che coordinare internazionalmente le politiche monetarie e di bilancio pubblico (o fiscali) è più facile a dire che a fare; ma almeno emerga con chiarezza che non si esce dalla crisi creando più passività finanziarie per colmare i danni economici della crisi sanitaria, ma cambiando relazioni internazionali.

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