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Nuove perdite per Archegos Authority in movimento

Le ripercussioni della crisi della finanziaria americana Archegos si moltiplicano: Mitsubishi, la principale banca giapponese, ha stimato che potrà risentire di perdite per 300 milioni di dollari nella sua divisione europea di brokeraggio a causa di un cliente americano, identificato da fonti come Archegos. E ad oggi i colossi bancari rimasti scottati da prestiti e esposizione ad Archegos, secondo le stime, potrebbero aver bruciato oltre sei miliardi, a cominciare dalla svizzera Credit Suisse e dall’altro gruppo nipponico Nomura. Non basta: sei istituti, compresi Goldman Sachs e Morgan Stanley, sono nel mirino delle autorità di regolamentazione, dalla Sec alla Finra statunitensi alla Financial Conduct Authority della Gran Bretagna. Sotto esame sono le loro relazioni con Archegos: dalle margin calls nei confronti della finanziaria alle decisioni di svendere oltre 30 miliardi di dollari in titoli americani e cinesi che hanno scosso i mercati.

Credit Suisse è oggi sotto particolare pressione anche interna. Potrebbe, stando agli analisti, dover fare i conti con una perdita da 3,5 o 4 miliardi. L’istituto non ha commentato, ma nervosi investitori hanno tenuto le sue azioni nel mirino, spingendole al ribasso anche ieri. La banca, già nella bufera per il collasso della finanziaria Greensill, potrebbe essere al centro di rivolte dei soci, con voti contro il board e i compensi dei vertici in occasione della prossima assemblea annuale. Piani di dividendi e di buyback potrebbero essere a rischio di sospensione, questi ultimi oltre l’anno in corso.

Crescenti dettagli, nel frattempo, affiorano sulla saga di Archegos Capital Management. È stata vittima di scommesse fallite o eccessive su alcuni grandi titoli, anzitutto media e Internet, e la situazione è precipitata davanti a colossali margin calls, quando cioè le banche che le avevano esteso ampio credito per i suoi investimenti hanno domandato nuove garanzie minime che Archegos non ha potuto rispettare. Dopo incontri tra i protagonisti è scattata la liquidazione di decine di miliardi di dollari di asset, tra cui ingenti posizioni in marchi quali ViacomCbs, Discovery e Tencent.

Ad aggravare lo shock per i mercati è stata tuttavia la scarsa trasparenza permessa ad Archegos: nei fatti un hedge fund strutturato come family office di Bill Hwang, discepolo del pioniere degli hedge Julian Robertson e del suo Tiger Management, ha eluso in questo modo ogni vera supervisione, un’esenzione sopravvissuta alla riforma Dodd Frank nata in risposta alla crisi del 2008. L’uso di swap orchestrati con alcune banche potrebbe inoltre aver scongiurato ogni ulteriore obbligo di svelare partecipazioni accumulate in aziende quotate.

Tra le banche esposte, qualcuna sembra aver limitato l’impatto di prestiti e svendite: Goldman Sachs, Morgan Stanley e Deutsche Bank. Ma la vicenda, come mostra l’interesse delle authorities, potrebbe aver portato alla luce un nuovo nodo irrisolto e oscuro nel sistema finanziario, facendo riaffiorare lo spettro del crack del fondo Ltcm nel 1998. I cosiddetti family office, a volte lanciati da aggressivi ex gestori di hedge, hanno in cassaforte oltre seimila miliardi di dollari di asset al mondo e, stando a EY, per dimensioni superano la somma di private equity e venture capital. Archegos, grazie ai suoi prestigiosi broker, contava per le puntate su un leverage di cinque a uno, che le metteva a disposizione forse oltre 50 miliardi. Questo nonostante Hwang fosse oltretutto rimasto coinvolto in scandali finanziari, con accuse di insider trading a New York e a Hong Kong.

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