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Nuova vita per le collezioni d’arte delle banche

Sin dal ’500 molti artisti hanno lavorato su committenza dei banchieri e nei secoli l’arte ha rappresentato il fiore all’occhiello della loro munificenza. Nella metà del ’900 banchieri illuminati diedero avvio agli acquisti per le grandi collezioni corporate, come quella della Comit. Mentre negli ultimi decenni il patrimonio artistico si è alimentato attraverso donazioni private e fallimenti e grazie a fusioni e incorporazioni con altri istituti. Con la legge Amato nei conferimenti alle spa bancarie gran parte delle collezioni sono rimaste nelle fondazioni che, a seguito della riduzione della redditività delle loro controllate, sono in difficoltà con i costi di gestione del patrimonio artistico. Mentre solo alcune grandi banche in salute possono permettersi una gestione attiva delle collezioni. Per altre, alle prese con i non performing loan e le ricapitalizzazioni, l’arte rischia di essere un fardello. Possibile venderla o si rischia l’effetto boomerang sul pubblico, soci e dipendenti?
Una promessa dovuta
Il connubio di lungo corso tra arte e banche si è incrinato ad ottobre con l’impegno shock di Banca Mps alla «cessione della collezione d’arte, nel rispetto dall’attuale legislazione» assunto nei confronti della Commissione Europea, per ricevere il via agli aiuti di Stato al piano di ristrutturazione. Nello stato patrimoniale la collezione composta di 30mila opere con un forte focus sul Trecento senese con Pietro Lorenzetti e Simone Martini è inclusa nei 159,025 milioni di euro nelle attività di proprietà mobili valutate al costo, elencate nelle Attività materiali ad uso funzionale. L’impegno è una sorta di atto dovuto del Monte alla Bce, poiché la gran parte delle opere – come la Collezione Chigi Saracini indivisibile e pertinenziale al Palazzo – sono vincolate e non possono circolare al di fuori del Paese. Dopo l’annuncio a ottobre la Soprintendenza di Siena ha avviato il procedimento di vincolo sugli altri beni d’interesse storico-artistico presenti nelle varie sedi della banca. L’arte così resta a Siena e, di fatto, solo lo Stato, facendo valere il diritto di prelazione e anche il “suo prezzo”, potrebbe comprare la collezione. La mossa del Mibact sembra più un warning al Tesoro, azionista del Monte, per bloccare la dispersione del patrimonio, ora in corso d’inventario.
Il valore e la tutela dell’arte
In Italia il patrimonio artistico delle banche è composto prevalentemente da antichi maestri e autori del ’700 e ’800, opere in molti casi vincolate. E nessuno si sogna di cederle. Del resto Banca d’Italia non conta le collezioni d’arte tra le riserve degli istituti di credito. All’estero i fallimenti come quello di Lehman Brothers portarono la collezione in asta e nel 2010 il bronzo Walking Man 1 di Alberto Giacometti, arrivato in dote a Commerzbank dal crack della Dresdner Bank, fu venduto per 65 milioni di sterline.
Stato che vai, legge di tutela che trovi. In Italia è complicato vendere a compratori internazionali, se non opere con meno di 70 anni che non siano d’interesse culturale per le sovrintendenze, perché l’arte è un bene legato all’immagine della banca e del territorio. Ma quanto vale in bilancio?
Difficile dirlo. Nello stato patrimoniale il valore delle opere d’arte è iscritto all’attivo, nelle “attività materiali” (senza la specifica “opere d’arte”) e questo valore d’iscrizione coincide con il costo di acquisto delle opere (costo storico). In applicazione dei principi contabili utilizzati nella redazione dei bilanci della banche (in particolare, IAS 16), le opere d’arte non vengono sottoposte ad ammortamento (la loro vita utile è infatti indefinita), né normalmente si rende necessario sottoporre questi beni all’impairment test al fine di rifletterne in bilancio il fair value (cioè il valore di potenziale cessione tra parti consapevoli e indipendenti), considerato che il loro valore nel tempo tende normalmente a crescere. Il valore di questo tesoro al costo storico è molto lontano dalle quotazioni del mercato, impazzito per il Salvator Mundi di Leonardo scambiato per 450 milioni di dollari. Le operazioni di ricognizione e rivalutazione delle collezioni avviate da molte banche hanno spesso fini assicurativi, raramente di “exit value”. Anche se nessuno statuto bancario ne vieta la cessione.
Corporate collection per antonomasia
Intesa Sanpaolo rappresenta la banca con la maggior collezione corporate del sistema di credito italiano con 20mila opere e un’unità specializzata nella gestione proattiva e nella valorizzazione, che Carlo Messina, consigliere delegato e ceo della banca, vuol far diventare un modello di riferimento. Il valore della collezione è incluso nel bilancio civilistico 2016 nei 164 milioni di euro registrati nelle Attività materiali ad uso funzionale di proprietà (valutate al costo alla voce Mobili). Un valore quasi simbolico se si considera che la collezione comprende Il Martirio di sant’Orsola, dipinto dell’ultimo Caravaggio, acquistato nel 1972 dalla Comit come opera di Mattia Preti dai baroni Avezzana e poi riattribuito nel 1974 al Merisi e vincolato nelle Gallerie di Palazzo Zevallos Stigliano a Napoli. Complessivamente il progetto Gallerie d’Italia ha una raccolta di mille opere esposte tra le Gallerie di Piazza Scala a Milano e quelle di Palazzo Leoni Montanari a Vicenza. Un tesoro che varrebbe centinaia di milioni se ragionassimo su principi contabili di fair value. Per avere un’idea del valore assicurativo, nella mostra «Dentro Caravaggio», svolta a Milano nei mesi scorsi, le coperture dei capolavori del Merisi oscillavano da 30 a un massimo di 150 milioni .
Il secondo gruppo italiano vanta la UniCredit Art Collection, una delle maggiori d’Europa, che dopo l’aggregazione con la tedesca Hvb che portò in dote oltre 35mila opere – tra cui 40 Gerhard Richter e 38 Georg Baselitz –, oggi conta circa 60mila opere dall’antichità ad oggi. Il suo valore? Nello stato patrimoniale a fine 2016 nelle Attività materiali ad uso funzionale, valutate al costo le consistenze mobili (nelle quali vi è la collezione) sono pari a 38,823 milioni. La banca conferma la presenza di opere di valore storico notificate, come la quadreria di Palazzo Magnani a Bologna.
Collezioni in manovra
Ubi Banca lavora alla riclassificazione temporale e attributiva della collezione, che con le banche incorporate potrebbe ammontare a oltre 6mila opere dal contemporaneo al ’500. Per avere un valore in patrimonio bisognerà attendere il bilancio 2017. Anche del Gruppo Banco Bpm il primo bilancio col Banco Popolare sarà quello del 2017, per cui il dato è solo dell’ex Bpm: «Ai fini di bilancio le opere d’arte non sono oggetto di valutazione al fair value e risultano iscritte in contabilità per 12,6 milioni di euro. Oggi non c’è una valutazione aggiornata del valore di mercato, ampiamente superiore all’attuale valore contabile», scrivono dall’istituto. In collezione opere di Guardi, dell’Ottocento e del Novecento. La raccolta del Credem esposta a Palazzo Spalletti Trivelli non è destinata alla vendita – spiegano dalla banca – e nel bilancio 2016, secondo il principio contabile IAS 16, il valore ammonta a 5,4 milioni di euro». Bper Banca impegnata nel progetto «La Galleria-Collezione e Archivio Storico» ha iscritto in bilancio 10 milioni per la collezione, in corso di rivalutazione. «Abbiamo valori di cespite talvolta anche distanti dal mercato attuale, sicuramente incongrui», spiegano, per almeno 5-600 dipinti di rilievo dal ’400 al ’700, alcuni vincolati. La Popolare di Sondrio, che ha un capolavoro di Francesco Solimena, iscrive in bilancio un valore pari a 5,306 milioni, mentre Carige con una collezione dal ’500 al ’900 e una raccolta numismatica della Repubblica genovese dichiara nelle Attività materiali valutate al costo 40,592 milioni (di cui 37 milioni per la collezione). Il Banco di Desio ha fornito il valore assicurativo con stima accettata di 1.330.760 euro per 20 opere dell’Ottocento e ’900. Il Credito Valtellinese, che vanta The Last Supper dell’86 di Andy Warhol, non rivela i valori della collezione, iscritta nelle Attività materiali, sotto mobili, pari a 16,937 milioni. In asta una Sixty Last Supper dell’86 è passata a novembre a New York a 45,6 milioni di dollari. Vendere Warhol non sarebbe una boccata d’ossigeno in tempi di ricapitalizzazione? Ma è il fiore all’occhiello del Creval, l’arte si valorizza non si vende.

Marilena Pirrelli

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