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Npl ratio sotto l’8% per il 2020

L’Abi prevede l’Npl ratio inferiore all’8% entro il 2020: lo ha riferito il direttore generale Giovanni Sabatini, precisando che quello italiano è sceso dal 16,7% di inizio 2015 all’11,8% di ottobre 2017, ma è ancora lontano dalla soglia limite del 5% fissata dall’Eba, l’autorità bancaria europea. Soglia che il comitato esecutivo dell’Abi non aveva esitato a definire «ingiustificata». Ora l’associazione rivede la sua posizione e, anzi, chiede una proroga di sei mesi dei Gacs, le garanzie pubbliche sulle cartolarizzazioni di crediti deteriorati, per dare la possibilità alle banche di accelerare. «È importante», ha affermato Sabatini, «arrivare rapidamente a una proroga delle Gacs, che scadono a settembre, fino a febbraio del 2019». La discesa dell’Npl ratio è stata superiore alle previsioni proprio grazie alle massicce cessioni e cartolarizzazioni.Sabatini ha aggiunto che la ripresa economica aiuta lo smaltimento, ma l’Europa deve concedere una pausa regolatoria alle banche per non mettere a rischio la ripresa stessa. «La ripresa dell’economia italiana si va consolidando e consente alle banche di proseguire nell’azione di rafforzamento dei bilanci e di riduzione dei prestiti deteriorati. Lo scenario economico odierno è notevolmente diverso dalla situazione vissuta durante la crisi sovrana del 2011, sia in termini dei fondamentali economici del paese, e più in generale dell’Europa, sia per ciò che concerne la solidità e le prospettive del settore bancario, pur in presenza dell’attuale fase di volatilità dei mercati».

La pausa chiesta a Bruxelles dovrebbe avvenire «nel rispetto dei principi di responsabilità, proporzionalità, trasparenza, coerenza della regolamentazione, evidenziando l’opportunità di una valutazione d’impatto, che sia indipendente e globale, delle nuove regole per poter assicurare una parità di condizioni tra i mercati finanziari, per evitare impatti negativi sui prestiti, in particolare alle pmi, e sulla crescita economica dell’Unione europea, in modo da scongiurare la perdita di competitività dell’Ue rispetto ad altre aree geografiche».

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