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Nozze, nullità ad ampio raggio

Va delibata, e resa efficace anche per l’ordinamento italiano, la sentenza ecclesiastica che abbia dichiarato nullo il matrimonio concordatario, per vizio psichico di uno degli sposi. L’incapacità ad assumere i doveri coniugali, difatti, può assimilarsi all’ipotesi di invalidità contemplata dal nostro Codice civile. Lo precisa la Corte di appello dell’Aquila, con sentenza n. 517/14.
Apre il caso, la domanda proposta da un uomo, tesa ad ottenere la declaratoria di efficacia della pronuncia con cui il Tribunale apostolico della Sacra Rota aveva sancito la nullità del suo matrimonio. A motivare la decisione, l’incapacità della moglie, legata a cause di natura psichica, ad assumerne gli obblighi. Insussistenti, invece, per la donna, i presupposti di efficacia della sentenza, siccome fondata su principi contrari al nostro ordinamento e all’ordine pubblico. La Corte respinge la richiesta del marito per difetto di motivazione del verdetto ecclesiastico e la questione arriva in Cassazione, che annulla con rinvio.
Secondo gli ermellini, la valutazione operata in secondo grado «si risolveva in una critica delle ragioni poste alla base della decisione ecclesiastica », con evidente violazione del divieto di riesaminarne il merito. Il coniuge, così, riassunta la causa, torna a chiedere l’esecutività della pronuncia apostolica.
La Corte di appello accoglie la domanda e «convalida» la nullità del matrimonio. A delimitare il tema della decisione, ricorda, sono le statuizioni contenute nella pronuncia con cui la Cassazione ha sollecitato una nuova valutazione della domanda di “exequatur”. Vaglio, da condursi alla luce del principio di diritto cui il giudice del rinvio «è vincolato ad uniformarsi senza alcuna possibilità di discostarsene». Del resto, una «decisione di cassazione con rinvio, ancorché inficiata, in ipotesi, da violazione di norme di diritto sostanziale o processuale, non può essere disapplicata, salvo il caso di giuridica inesistenza, né dal giudice di rinvio», né dalla stessa Suprema corte poi adita (nello stesso senso: Cassazione n. 24967/13). Di qui, l’inammissibilità di tutte le contestazioni svolte dalla consorte e dirette ad nuova indagine sulla sussistenza del vizio del consenso. È per tali ragioni, che la sentenza ecclesiastica può essere delibata, sussistendo queste condizioni:
e competenza territoriale della Corte (con riferimento alla circoscrizione del tribunale cui appartiene il Comune dove fu trascritto l’atto di matrimonio);
r competenza dei giudici ecclesiastici a conoscere la domanda (trattandosi di sposalizio concordatario);
t osservanza dei diritti difensivi delle parti;
u non contrarietà ai principi dell’ordine pubblico.
Per quest’ultimo, la Corte di appello aquilana sottolinea che – in tema di delibazione della sentenza ecclesiastica dichiarativa della nullità di un matrimonio concordatario, per difetto di consenso – il vizio psichico e di incapacità ad assumere gli oneri coniugali e a comprenderne diritti e doveri al momento della manifestazione del consenso, «non si discosta sostanzialmente dall’ipotesi d’invalidità» di cui all’articolo 120 del Codice civile. Va escluso, perciò, che il riconoscimento dell’efficacia di una tale sentenza «trovi ostacolo nei principi fondamentali dell’ordinamento italiano». Contrasto non ravvisabile, neppure sotto il profilo della carenza di tutela dell’affidamento della controparte, ritenendosi preminente l’esigenza di rimuovere il vincolo coniugale inficiato da vizio psichico.

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