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Nozze lunghe, la Rota ko

Impossibile delibare in Italia la sentenza ecclesiastica definitiva di scioglimento del matrimonio concordatario se la convivenza fra i coniugi si è protratta per almeno tre anni dalla data di celebrazione: la convivenza fra marito e moglie è un valore tutelato dalla Costituzione e determina una situazione giuridica di «ordine pubblico italiano» che impedisce di riconoscere nel nostro Paese la nullità del matrimonio dichiarato dal giudice ecclesiastico per qualsiasi vizio genetico sia stata dichiarata.

Il tutto in nome del supremo principio della laicità dello Stato. Ma attenzione: la circostanza ostativa alla nullità deve essere eccepita dalla parte e non può essere rilevata d’ufficio dal giudice. Lo stabiliscono le Sezioni unite civili della Cassazione con la sentenza 16379/14, pubblicata il 17 luglio, che risolve un contrasto di giurisprudenza.

Legittimo affidamento

La convivenza «come coniugi», spiega il massimo consesso nomofilattico, è un valore tutelato dalla Costituzione, dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. E soprattutto costituisce un elemento essenziale del «matrimonio-rapporto», che si manifesta come consuetudine di vita coniugale comune, stabile e continua nel tempo: il tutto ha manifestazioni concrete molto riconoscibili, che corrispondono a specifici fatti e comportamenti dei coniugi che sono fonte di una pluralità di diritti inviolabili e di doveri inderogabili; senza dimenticare le responsabilità genitoriali e i legittimi affidamenti degli stessi coniugi e dei figli. Possono essere riconosciute soltanto nell’ordinamento giuridico della Repubblica le decisioni che non sono contrarie all’«ordine pubblico italiano», mentre la convivenza come coniugi deve essere ritenuta costitutiva di una situazione giuridica disciplinata da norme costituzionali, convenzionali e ordinarie proprio di quella categoria.

Requisito minimo

È stata la Corte costituzionale, pronunciandosi in materia di adozione, a indicare «il criterio dei tre anni successivi alle nozze» che «si configura come requisito minimo presuntivo a dimostrazione della stabilità del rapporto matrimoniale». Non può però essere rilevata d’ufficio dal giudice o eccepita dal pubblico ministero la circostanza della convivenza come coniugi: si tratta di un’eccezione in senso stretto perché è connotata da una «complessità fattuale» strettamente connessa ai diritti personalissimi dei coniugi. La circostanza non può essere dedotta per la prima volta davanti al giudice di legittimità. A eccepire la questione deve essere il coniuge convenuto nel giudizio di delibazione che è interessato a farla valere e il giudice della delibazione può disporre un’apposita istruzione probatoria ad hoc.

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