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Nouy: “Banche italiane c’è ancora molto da fare Accuse alla Vigilanza? Non privilegiamo nessuno”

Al trentacinquesimo piano dell’Eurotower, Danièle Nouy ci accoglie con un sorriso e una stretta di mano vigorosa. In questa prima intervista italiana, in esclusiva con Repubblica, la presidente della Vigilanza europea sulle banche replica alle dure accuse su Mps e spiega a fondo la sua filosofia.
Il ministro dell’Economia Padoan e altri hanno accusato la Vigilanza europea di “opacità” riguardo a Mps in particolare, ma anche ad altri casi.
«Le informazioni che riguardano singoli istituti sono necessariamente vincolate; abbiamo un obbligo di riservatezza. Inoltre le informazioni sulle singole banche sono di proprietà dei singoli istituti che devono potersi fidare del fatto che restino confidenziali. L’unica cosa che posso dire su quel caso specifico è che chi doveva sapere degli sviluppi riguardo alla banca aveva tutte le informazioni a disposizione. Di fatto, il caso è stato discusso molto nel nostro Consiglio di vigilanza. E la Banca d’Italia vi è rappresentata».
È vero che i membri italiani si sono opposti alla proposta di una ricapitalizzazione da 8,8 miliardi per Mps? E sono stati loro a far uscire la notizia?
«Il voto è segreto. Tutti i membri del Consiglio di vigilanza ne sono consapevoli. Quanto alle notizie trapelate sui giornali, abbiamo avviato un’indagine interna».
Ma ci sono state forti critiche per una comunicazione ritenuta inadeguata. Solo in un secondo momento la Banca d’Italia ha fornito dettagli maggiori.
«La Banca d’Italia, che è parte della supervisione bancaria europea, ha pubblicato dettagli esplicativi in questo caso. Ci siamo accordati su questo e sembra essere stato utile ».
E perché non avete concesso più tempo a Mps per una ricapitalizzazione?
«Di nuovo, preferirei non commentare i dettagli, ma, in sostanza, non penso che posporre la scadenza di un altro mese avrebbe migliorato la situazione nell’istituto, bisognava procedere verso il passaggio successivo, la ricapitalizzazione precauzionale».
Dunque la vostra comunicazione è stata impeccabile.
«Non sto dicendo che la nostra comunicazione sia impeccabile, ma deve rimanere vincolata. Però riconosco che siamo un’istituzione giovane, abbiamo cominciato nel mezzo della crisi e c’è sempre spazio per dei miglioramenti » Intesa Sanpaolo ha espresso il suo interesse per Generali. L’ad, Carlo Messina, ha dichiarato che la fusione proposta è pensata in parte per difendere l’italianità. Cosa pensa dell’operazione?
«Come sa, non commentiamo su singole banche. Ma, più in generale: la Bce è l’autorità responsabile per la valutazione dei cambi di proprietà proposti dalle banche su cui vigila e delle loro acquisizioni significative. Monitoriamo attentamente e da vicino gli sviluppi delle banche su cui vigiliamo e siamo in stretto contatto con le altre autorità rilevanti, quando è necessario».
Lei è stata un “supervisore duro in tempi duri”. Non è pericoloso se la vigilanza è pro-ciclica – cosa che è accaduta, in qualche caso?
«Questa è una buona domanda. Noi non vogliamo essere troppo pro-ciclici. Ma purtroppo a volte succede. Prima delle crisi, quando ci sono “cieli blu” ovunque, è difficile spiegare che bisogna essere rigorosi. Dopo una crisi chiunque – le banche stesse perché il loro capitale di rischio è peggiorato e i supervisori devono fare in modo che il sistema sia solido – è obbligato a prendere misure che abbiano una certa dimensione pro-ciclica, questo è certo. La cosa importante da notare, in questo senso, è che ci sono varie riserve o requisiti di capitale aggiuntivi che si sono aggiunti negli scorsi anni per incoraggiare le banche a prendere decisioni prudenti, dal punto di vista del credito, per ridurre in qualche modo la tentazione di “prestare troppo” in tempi buoni».
Qual è la situazione delle banche italiane?
«Come in molti altri Paesi ci sono banche che vanno bene e altre che non vanno bene, ma che stanno lavorando molto duramente per migliorare la loro situazione, infine ci sono quelle che hanno bisogno dell’”incoraggiamento” della vigilanza perché affrontino i loro problemi. In Italia il grande nodo sono le attività precedenti alla centralizzazione della supervisione, soprattutto il rischio di credito e i crediti deteriorati. Vanno affrontate. Dobbiamo essere certi che le banche non investano tutte le loro energie per sopravvivere e che non si focalizzino soltanto su queste attività invece di fare il loro mestiere, che è finanziare l’economia italiana ed europea ».
Il governo ha stanziato 20 miliardi di euro per un fondo salva-banche. Funzionerà? Quella cifra è sufficiente?
«Aiuterà di certo. È un aiuto importante che dà la possibilità, insieme al supporto di liquidità, di concentrarsi su certi problemi. Penso che sia un buon intervento. Dimostra consapevolezza del problema ed è un buon punto di partenza per affrontarlo. Per risolverlo ci vorrà del tempo, ma non è che solo la vigilanza o le banche devono essere proattive ».
Che intende dire?
«Quando abbiamo affrontato la questione dei crediti deteriorati ci siamo resi conto che per affrontarli il sistema giudiziario deve avere la capacità e la disponibilità a farlo. Un certo numero di Paesi – tra cui l’Italia – ha introdotto delle leggi per migliorare il quadro giudiziario per i crediti deteriorati. Credo che questi Paesi abbiano bisogno di soluzioni rapide extra giudiziali per favorire accordi tra banche e debitori».
Ma la vigilanza non dovrebbe adottare un approccio più flessibile con le banche, proprio considerando i tempi e il quadro generale? O va bene essere ciechi?
«La nostra esperienza è anche che se non siamo ambiziosi, non succede niente. In Italia in questi primi tre anni di Vigilanza europea – durante i quali c’è stato l’anno dell’esame preliminare dei bilanci e i due anni di supervisione – sono stati fatti scarsi progressi, sul fronte dei crediti deteriorati».
Secondo lei i derivati nelle banche tedesche non sono pericolosi quanto i crediti inesigibili?
«Li prendiamo molto sul serio, infatti. I rischi di credito sono importanti quanto i rischi di mercato. Entrambi vanno monitorati da vicino. Guardiamo con molta attenzione ai cosiddetti “asset di terzo livello”, quelli che non hanno un prezzo di mercato – ma non ce ne sono più rimasti molti al momento, visto che la propensione al rischio di mercato delle banche è calata significativamente, dopo la crisi, il che è un bene. Questi asset sono stati esaminati approfonditamente durante l’esame che abbiamo condotto sui bilanci delle banche nel 2014. Abbiamo trovato qualcosa, ma non troppo. Restiamo vigili e pronti ad agire, se la lezione della crisi sarà dimenticata ».
Lei è stata accusata di avere un approccio più morbido con le banche tedesche – ad esempio con la famosa nota a piè di pagina negli stress test della scorsa estate – e, più in generale, di non considerare i derivati un elemento abbastanza rischioso. Come risponde a queste accuse?
«Noi trattiamo tutti allo stesso modo. Ma è ovvio che chi attraversa un periodo complicato possa avere difficoltà ad essere obbligato a migliorare la propria situazione. Quando attraversi un momento difficile puoi avere la sensazione che ti chiedano qualcosa che ad altri non domandano. Ma non è così».
Il Comitato di Basilea ha rinviato la decisione su Basilea IV. Non pensa che il quadro regolatorio stia diventando asfissiante?
«La cosa importante è completare ciò che abbiamo iniziato. E velocemente. Le banche stanno riflettendo sulla sostenibilità dei loro modelli di business e devono sapere qual è il quadro. Siamo meglio equipaggiati per affrontare le crisi, rispetto a prima. Ovviamente ci sono limiti alla severità della regolamentazione e credo che li stiamo raggiungendo. Il Comitato di Basilea sta lavorando per aumentare la coerenza sul piano dei requisiti patrimoniali, in altre parole, affrontare le anomalie senza aumentare significativamente il livello medio dei requisiti».

Tonia Mastrobuoni

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