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Nord e Sud restano divisi sulla crescita

I 27 hanno tentato ieri di appianare le divergenze tra Nord e Sud Europa sul modo migliore di affrontare la recessione. Di fondo, il contrasto è culturale, tanto da costringere il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy alla ricerca di un compromesso che egli stesso ritiene segnato da diverse “sfumature di grigio”. Basterà a evitare che i dubbi sul futuro dell’euro si trasferiscano dai mercati alle piazze?
Riuniti ieri sera in un vertice a Bruxelles, i 27 hanno discusso del bisogno di trovare un nuovo equilibrio tra la necessità di risanare i bilanci e l’urgenza di sostenere l’economia. La disoccupazione riguarda ormai 27 milioni di persone nell’Ue, e in alcuni paesi del Sud Europa colpisce metà della popolazione giovanile. «Crescita e lavoro non sono cose che i governi possono acquistare o imporre», ha detto Van Rompuy. «Dobbiamo fare le giuste scelte e trovare il giusto equilibrio».
In un discorso ai leader, il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz ha preso di mira il comunicato del summit, un esercizio di acrobazia nel quale i 27 hanno cercato disperatamente margini di manovra nei bilanci nazionali, senza mettere a repentaglio il risanamento di bilancio. Tutti sanno che finché l’assetto istituzionale sarà segnato da una moneta unica e da 17 bilanci nazionali, gli investitori metteranno a confronto i Paesi, imponendo agli stati membri meno credibili la disciplina di bilancio.
«Dall’ultimo vertice di primavera, altri 2 milioni di persone hanno perso il lavoro nell’Unione – ha affermato l’uomo politico tedesco -. Quando guardo l’agenda di questo vertice vedo poche proposte che offrano soluzioni chiare ai reali problemi che la gente è chiamata ad affrontare». Schulz ha poi avvertito i leader «di non sottovalutare le implicazioni politiche dell’esito elettorale in Italia», che ha visto l’incredibile successo del comico Beppe Grillo.
«I mercati stanno mettendo la zona euro sotto pressione – riassume un diplomatico europeo -. Vogliono al tempo stesso credibilità di bilancio e crescita dell’economia. I paesi sono alle prese con un dilemma. Se risanano con troppa enfasi uccidono l’economia. Se allentano con troppa evidenza provocano una sfiducia degli investitori. Non c’è niente da fare: l’Europa non ha i margini di cui godono gli Stati Uniti. E’ tanto più drammatico che le prospettive economiche sono veramente preoccupanti».
Ieri mentre migliaia di lavoratori manifestavano nelle vie di Bruxelles, i leader hanno mostrato agli occhi di molti la loro impotenza. «Abbiamo bisogno di flessibilità se vogliamo assicurarci che la crescita sia la priorità», ha detto il presidente francese François Hollande. Ha aggiunto il cancelliere tedesco Angela Merkel: «Il consolidamento non è in contraddizione, ma è interconnesso alla crescita». Mentre il premier lussemburghese parlava con ingenuità del rischio di «rivolta sociale».
Le conclusioni del vertice puntano su «un consolidamento di bilancio favorevole alla crescita», e prevedevano: «misure di breve termine» a sostegno dell’economia; aiuti all’occupazione giovanile; lo scorporo degli investimenti pubblici dal calcolo del deficit. Quest’ultimo aspetto sarà oggetto di difficili negoziati. Il comunicato è il riflesso di un difficile compromesso tra i paesi del Nord, preoccupati dalla stabilità finanziaria, e i paesi del Sud, angosciati dalla recessione economica.
Il confronto è ormai soprattutto culturale. Al di là delle diverse situazioni economiche o convinzioni nazionali, a Berlino o ad Amsterdam l’indebitamento è fonte di incertezza politica e angoscie personali, mentre a Parigi o Roma viene considerato lo strumento per raffreddare le tensioni sociali. Per ora, l’unica pressoché certezza che emergeva ieri, in attesa della fine del vertice oggi, è che i paesi più in difficoltà – Francia e Spagna – riusciranno a strappare un anno in più per ridurre il loro disavanzo.

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