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«Non sprecate gli aiuti Ue. In Italia investimenti e riforme per fermare la divergenza»

Klaas Knot, 53 anni, presidente della Banca d’Olanda, ha un personale di tre ore 19 minuti sulla maratona. Giorni fa si è cimentato in uno sport altrettanto impegnativo: sfidare i cliché sull’euro, del Nord come del Sud Europa. Lo ha fatto in un discorso che mette in luce il legame fra diseguaglianza e sovranismo in Olanda e la pericolosa deriva dell’Italia se non affronta le sue fragilità. Ne parla al «Corriere», pur non potendo esprimersi sulla politica monetaria perché domani parteciperà al consiglio direttivo della Banca centrale europea.

Lei è a favore del Recovery Fund. Elimina il rischio di una crisi finanziaria?

«Può essere poderoso nel mitigare quel rischio, ma non abbastanza da eliminarlo. È una soluzione alla situazione attuale, mentre la divergenza fra economie dell’area euro è un processo lento. Va fermata e ciò richiede che i Paesi in Europa del Sud, come l’Italia, riescano a chiudere lo scarto di produttività con l’Europa del Nord. In questo gli investimenti pubblici sono parte della risposta, non tutta. Una combinazione di investimenti con il Recovery Fund e riforme sarebbe molto potente. Ma i soli investimenti non fanno la differenza, ancor meno se fossero ciò che Mario Draghi chiama “debito cattivo”. Per questo dico che riforme che rafforzino la facilità di fare impresa in Europa del Sud sarebbero decisamente benvenute».

Il Patto di stabilità è sospeso. Come e quando bisogna tornare ad applicarlo?

«Uno dei maggiori problemi che ho notato nel Patto nei suoi primi vent’anni è che ha teso a essere molto pro-ciclico, accentuando la congiuntura sia nelle fasi buone che in quelle negative. Per questo serve un uso anticiclico della finanza pubblica, cioè una capacità di contrastare le fasi negative della congiuntura economica. Ciò significa che l’accento (nelle regole, ndr) dovrebbe andare sul debito. È lì che si creano i margini di bilancio che possono servire».

Che intende dire?

In Olanda i lavoratori non hanno visto abbastanza benefici dell’euro rispetto ai padroni del capitale: è un tema da affrontare

«La grandezza fondamentale è sempre stata il debito e la sua sostenibilità. In una fase come questa, la politica di bilancio deve agire per combattere il coronavirus, per esempio. Ma negli anni buoni ci dovrebbe essere un piano credibile per ridurre il debito, con un’appropriata differenziazione di velocità. Per Paesi con livelli di debito relativamente bassi, ciò implicherebbe che non devono consolidare allo stesso passo dei Paesi con livelli più alti. Questo fu uno dei problemi dopo l’altra crisi, quando tutti cercarono di risanare allo stesso tempo. Nel caso dell’Italia, quando l’economia si riprende mi aspetterei un po’ più di ambizione nel cercare di ridurre i livelli di debito. Ciò richiederebbe un deficit significativamente sotto al 3% del Pil».

Lei dice che vanno tutelati gli investimenti…

«In passato non è stato così e ciò ha minato il potenziale di crescita dei Paesi interessati. Se potessimo disegnare piani di risanamento che fanno esplicitamente attenzione a mantenere gli investimenti pubblici, in modo che i tagli non cadano in primo luogo lì, sarebbe utile».

Quando dovrebbe partire il risanamento?

«Quando l’economia inizia a risalire dopo aver toccato il fondo, non è il momento giusto. Una ripresa, all’inizio, può essere ancora fragile. Capisco benissimo che il 2021 sia troppo presto per iniziare il consolidamento dei conti».

Una certa parte di popolazione a basso reddito dice: «Aiutate noi prima di pensare ad aiutare chi è fuori dall’Olanda»

C’è un problema di distribuzione dei frutti della crescita in Europa?

«Mi lasci parlare dell’Olanda, la conosco meglio. Negli ultimi 20-25 anni una parte crescente di accumulazione del Pil è andata al capitale. La parte del lavoro nel reddito nazionale è gradualmente scesa. E se si guarda alle entrate fiscali, c’è un costante declino della parte relativa che viene dalla tassazione delle imprese e un aumento di quella che grava sul lavoro. L’Olanda è uno dei maggiori beneficiari del mercato intero europeo e dell’euro, ma i frutti sono andati più agli imprenditori e a chi detiene i capitali, mentre i lavoratori sono rimasti indietro. È un tema da affrontare. Se l’euro finisce per essere visto come benefico per gli imprenditori, ma non per i lavoratori, allora il sostegno politico per il progetto è a rischio perché i lavoratori sono gli elettori. Penseranno che l’euro è qui per il Big Business, non per loro».

Nasce così il sovranismo?

«È un fenomeno con molti aspetti, anche non economici. Ma c’è una seria possibilità che questo fattore contribuisca. Una certa parte della popolazione, specie a basso reddito, non ha beneficiato abbastanza della prosperità dell’economia olandese. Ora dicono: ‘Per prima cosa aiutate noi, prego, prima di pensare a aiutare altra gente fuori dall’Olanda’. I populisti giocano su questi sentimenti».

C’è un rischio che il Recovery Fund vada sprecato?

Guai a puntare su quello che Draghi chiama il debito cattivo. Investimen-ti senza riforme non fanno la differenza

«Non sono un indovino. Ma se non viene speso bene, non ferma il processo di divergenza in Europa perché lo scarto di produttività fra Nord e Sud proseguirebbe. Allora la prossima volta che arriva una crisi, le economie vulnerabili avrebbero di nuovo bisogno di aiuto e la gente in Olanda chiederebbe: ‘Che ne è stato dell’aiuto dell’altra volta’».

E a quel punto?

«Può essere che uno come me cercherebbe di mettere da parte le emozioni e presenterebbe le ragioni razionali, nel nostro proprio interesse, di aiutare di nuovo. Ma in Olanda l’emotività è forte. C’è un punto in cui gli argomenti razionali non passano più».

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