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Non solo Obama nell’agenda di Monti faccia a faccia con Soros e i banchieri

Con l’incontro e il breve scambio di battute con Barack Obama, sotto gli stucchi art deco del Waldorf Astoria, è iniziata ieri sera la settimana newyorkese del presidente del Consiglio. Una lunga missione incardinata sulla partecipazione all’assemblea generale dell’Onu, che tuttavia — come è ormai abitudine per Monti — diventerà l’occasione per una presentazione dei progressi fatti dall’Italia nel capitolo Riforme&Risanamento. Gli eventi clou, sotto questo aspetto, ci saranno domani e giovedì. Mercoledì il premier incontrerà infatti a quattr’occhi il finanziere George Soros (in un luogo ancora sconosciuto e comunque lontano da occhi indiscreti, tanto che l’evento non figura nell’agenda ufficiale di Monti) per uno scambio di vedute sul destino dell’euro e sui progressi italiani.
Soros, 82 anni, posto da
Forbes
al quindicesimo posto tra i Paperoni d’America con un patrimonio di quasi 20 miliardi di dollari (da solo potrebbe finanziare il piano Fabbrica Italia della Fiat), conosce bene il presidente del Consiglio. Già a febbraio, sempre a New York, aveva infatti partecipato a una blindatissima colazione di lavoro con Monti insieme ad
un’altra dozzina di capi di multinazionali, banche e fondi d’investimento. Allora si trattava di convincerli a tornare a comprare titoli italiani, mostrando loro i primi passi verso il risanamento.
Questa volta Monti si può invece presentare con qualche freccia in più nella faretra. E non solo perché è stato preceduto nel suo arrivo in Usa dalle stime dorate dell’Ocse, che ieri ha previsto una crescita del 4% in un decennio se l’Italia persevererà nel cammino
intrapreso con il governo tecnico. Monti illustrerà agli americani anche i progressi nella gestione della crisi dei debiti sovrani, con l’imminente entrata in funzione dell’Esm e lo scudo «illimitato» aperto dalla Bce di Mario Draghi. Proprio Soros quindici giorni fa, in un’appassionata apologia dell’Unione europea, scritta per la
New York Review of Books,
aveva lanciato la proposta choc di far uscire la Germania dall’euro se non si fosse dimostrata all’altezza
di assumerne la leadership. Posizioni che devono aver colpito Monti.
L’obiettivo — precisava Soros — sarebbe ovviamente non quello di escludere la Germania, bensì di convincerla a «modificare radicalmente le sue posizioni» e le sue «idee preconcette» in campo economico e monetario. In questo senso, il finanziere propugnava la mobilitazione di una campagna d’opinione da parte della società civile e della «business
community», che mirasse a far cambiare atteggiamento al governo di Berlino, facendo emergere il sentimento europeista dei tedeschi, ancora largamente maggioritario, ma oggi paralizzato «sotto l’incantesimo di false dottrine monetarie e di bilancio». Quelle sostenute dalla Bundesbank.
Dopo il faccia a faccia con Soros, il premier avrà modo giovedì mattina di spiegare agli studiosi del Council on Foreign Relation (uno dei più prestigiosi think tank bipartisan) la sua visione della «sfida per l’euro e il futuro dell’integrazione europea».
Una relazione tutta svolta in inglese, per poi filare nel grattacielo Bloomberg dove lo aspetteranno a colazione quegli stessi ceo delle banche d’investimento incontrati a febbraio. Non mancherà anche un’operazione di persuasione rivolta ai media a stelle e strisce, per mostrare al pubblico il volto di un’Italia che da «problema europeo» ormai è diventata «parte della soluzione». Monti infatti concederà interviste in diretta a due star come Charlie Rose (il più famoso e «feroce» giornalista televisivo Usa) alla Pbs e Christiane Amanpour per la Cnn. Per poi incontrare a porte chiuse l’intero board degli editorialisti del
Wall Street Journal.
Ormai per Monti in Usa bisogna fare la fila.

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