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Non solo export ora anche l’Italia spinge il Pil

Questa volta non c’è solo l’export. Il recupero del Pil 2017 — più 1,4 per cento (+1,5 se corretto con i giorni del calendario), l’aumento più alto da sette anni — è anche il risultato di una domanda interna che torna a tirare. Insomma, l’Italia riparte non solo per merito della congiuntura internazionale, ma anche perché un numero sempre maggiore di imprese, agevolate dal pacchetto di sconti fiscali messo in piedi dal ministro Calenda, produce di più per soddisfare ordini che arrivano dall’interno del nostro Paese. Soprattutto beni di investimento (macchinari, attrezzature), ma anche beni di consumo, a cominciare da quelli durevoli. E infatti, la produzione dei primi sale nel 2017 addirittura del 9,1 per cento.
Quella dei secondi di un ragguardevole 5,5 per cento.
Non è poco.
Certo, si dirà che il nostro Pil non è ancora tornato ai livelli pre-crisi del 2007, che è ancora sotto di quasi 6 punti, mentre la Spagna (colpita ancora più duramente dalla recessione) li ha già superati lo scorso anno. Si dirà che quell’1,4 per cento in più resta l’aumento più basso d’Europa. Ed è vero. Lo stesso Matteo Renzi dice che non basta affatto, che solo un 2 per cento in più sarà in grado di rafforzare la crescita dell’occupazione, affidata per ora ai soli contratti a termine. E tuttavia, stiamo lentamente ma costantemente recuperando sugli anni della grande recessione.
Il dato che più fa sperare per l’anno in corso è proprio questo nuovo equilibrio, nel contributo fornito all’aumento del Pil, tra domanda estera e domanda interna.
Lo dicono i dati dell’Istat sulla produzione. Lo ribadiscono le analisi di molti economisti, tra cui quelli di Intesa San Paolo e di Nomisma. Secondo l’ufficio studi di Intesa, sarà questo doppio contributo a far riguadagnare velocità al prodotto interno lordo nel primo trimestre di quest’anno, dopo il rallentamento degli ultimi tre mesi del 2017.
«Chi sostiene che l’Italia cresce solo grazie alle esportazioni e che la domanda nazionale continuerà a restare depressa — dice Nomisma — dovrà ricredersi».
Ovviamente, sul cammino della ripresa, c’è più di un ostacolo.
In primo luogo l’incertezza politica interna del dopo-voto.
Ma pesano anche incognite economiche internazionali come gli effetti negativi del cambio forte, che ovviamente tende a deprimere l’export.
Anche per questo, le previsioni della maggior parte degli istituti di studi stima per l’Italia un Pil 2018 un po’ meno dinamico: 1,3 per cento.
E c’è infine un’ultima incognita, riassumibile in un quesito che si dovrà porre fin da subito la maggioranza di governo che uscirà dalle elezioni. Quali margini di flessibilità avrà l’Italia nella gestione dei conti pubblici, stretta come sarà tra l’esigenza di una probabile manovra correttiva in primavera e le clausole di salvaguardia che gravano sulla prossima legge di bilancio 2019? Per depotenziarle sarà necessario trovare 12 miliardi nel 2019 e altri 20 nel 2020.
Obblighi difficilmente compatibili con gli impegni di un nuovo pacchetto di misure a favore della crescita, a cominciare dalla riduzione del cuneo fiscale e contributivo, che tutte le forze politiche vorrebbero mettere in pratica.

Marco Ruffolo

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