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Non si aggrava la controparte

Il dettato normativo presuppone che le iniziative giudiziali plurime siano astrattamente legittime, ma ricollega il loro disvalore deontologico alla irragionevolezza della scelta di non unificarle, pur quando il medesimo professionista agisca per conto di più parti contro una parte sola per le medesime o connesse ragioni di credito.

Così la Cassazione con la sentenza 27897/2017, che si inscrive nel novero di una serie di recenti pronunce in tema di disciplinare avvocati. Vediamole nel dettaglio.

SOSPENSIONE DALL’ALBO E DIRITTO DI DIFESA

La sospensione dell’iscritto dall’Albo, a seguito del mancato versamento dei contributi dovuti, non comporta una lesione del diritto di difesa dell’interessato che ben può farsi assistere nel ricorso al Cnf da altro difensore, non costituendo la difesa personale l’unica soluzione percorribile ed essendo indubbio che l’iscritto sospeso mantenga inalterata la facoltà di comparire dinnanzi al Consiglio e di interloquire personalmente.

È quanto affermato dal Consiglio nazionale forense con la sentenza n. 140 dello scorso 20 ottobre 2017, n. 140.

Il Cnf nella sentenza in commento ha inoltre richiamato un ormai consolidato orientamento dettato dalla giurisprudenza, secondo cui «Coloro che non versano nei termini stabiliti il contributo annuale sono sospesi, previa contestazione dell’addebito e loro personale convocazione, dal Consiglio dell’Ordine, con provvedimento non avente natura disciplinare. La sospensione è revocata allorquando si sia provveduto al pagamento».

Le Ss.uu. (n. 7666/2017) hanno osservato che tale disposizione prevede che la sospensione sia esecutiva sino alla revoca della stessa per effetto del pagamento dei contributi dovuti. E ulteriormente che non possa dubitarsi che essa sia costituzionalmente illegittima atteso che proprio la precisazione, come per il passato, che la sospensione disposta ai sensi delle citate leggi non ha natura disciplinare, consente di ritenere differente la posizione dell’avvocato sospeso per mancato pagamento dei contributi dovuti da quella dell’avvocato nei cui confronti sia stata applicata la sanzione disciplinare della sospensione.

SULLA VALUTAZIONE DELLA CONDOTTA COSTITUENTE ILLECITO

Occorre valutare la condotta costituente illecito disciplinare prima alla luce delle norme deontologiche così come previste dal Codice in vigore al tempo del compimento dell’illecito; successivamente, di valutare la medesima condotta alla luce del Nuovo Codice attualmente vigente, per poi applicare la norma che, in concreto, risulta più favorevole all’incolpato.

A ribadirlo è stato sempre il Cnf con la sentenza del 10 ottobre 2017, n. 139.

In tema, poi, di trattamento sanzionatorio, il Cnf ha precisato che ai sensi dell’art. 3, comma 3 della legge n. 247/2012, il nuovo Codice deontologico, approvato dal Cnf il 31 gennaio 2014, pubblicato il 16/10/2014 sulla G.U. n. 241 ed entrato in vigore il 16/12/2014, avrebbe dovuto per quanto possibile « individuare tra le norme in esso contenute quelle che, rispondendo alla tipologia di un interesse pubblico al corretto esercizio della professione hanno rilevanza disciplinare. Tali norme, per quanto possibile, devono essere caratterizzate dall’osservanza del principio della tipizzazione della condotta e contenere l’espressa indicazione della sanzione applicabile». Il Codice deontologico vigente è stato quindi strutturato attribuendo a ogni singola previsione una rilevanza disciplinare con l’indicazione della relativa sanzione, pur nella consapevolezza di non potere arrivare a una completa tipizzazione per la variegata e potenzialmente illimitata casistica di tutti i comportamenti costituenti illecito disciplinare legati allo status anche privato dell’avvocato.

TRA NORMA E DEONTOLOGIA: IL CASO DELLE CAUSE PLURIME

Il dettato normativo, infine, presuppone che le iniziative giudiziali plurime siano astrattamente legittime, ma ricollega il loro disvalore deontologico alla irragionevolezza della scelta di non unificarle, pur quando il medesimo professionista agisca per conto di più parti contro una parte sola per le medesime o connesse ragioni di credito.

È quanto hanno ribadito i giudici della Cassazione (sez. Unite civili, sentenza 23 novembre 2017, n. 27897).

Infatti sono motivo di sanzione la pluralità di onerose iniziative giudiziali volte ad aggravare la controparte, pluralità che è censurata quando «ciò non corrisponda ad effettive ragioni della parta assistita». Contrariamente a quanto il motivo di ricorso ha prospettato nel caso di specie sottoposto all’attenzione degli Ermellini, la sentenza disciplinare ha quindi avuto ben presente la necessità di una valutazione della irragionevolezza della specifica attività del professionista e non si è spinta a ritenere automaticamente lesivo del disposto deontologico il suo agire con più atti giudiziali.

Angelo Costa

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