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Non sfuggono all’Inps le somme della transazione

Le somme corrisposte dal datore di lavoro al dipendente non vanno esenti da contribuzione per il solo fatto di essere corrisposte in esecuzione di una transazione. Questo il principio affermato da una sentenza della Cassazione depositata ieri (n. 9180 del 23 aprile 2014). La Corte si discosta così espressamente da un proprio orientamento risalente (sentenze n. 49/1997 e n. 6923/1996), secondo il quale le erogazioni del datore di lavoro derivanti da titolo transattivo, finalizzato a evitare il rischio della lite e che non contenga un riconoscimento neppure parziale del diritto del lavoratore, non sono assoggettabili a contributi.
La sentenza è estremamente chiara nell’affermare che il titolo transattivo attribuito dalle parti all’erogazione non è idoneo a sottrarre la somma erogata alla pretesa contributiva dell’Inps. Il ragionamento della Corte prende le mosse dall’ampiezza della nozione di retribuzione imponibile ai fini contributivi desumibile dalla legge. La norma considerata è l’articolo 12 della legge n. 153 del 1969 che, tanto nella sua originaria formulazione quanto in quella attuale (frutto della modifica operata dal dlgs 314/1997), ricomprende nell’imponibile contributivo tutto quanto percepito dal lavoratore in relazione al rapporto di lavoro. Il concetto di retribuzione ai fini contributivi, osserva la Corte, non coincide con quello posto ai fini della disciplina del rapporto di lavoro dall’articolo 2099 del Codice civile, ma è molto più ampio e supera anche il principio di corrispettività, dal momento che comprende anche gli importi non necessariamente correlati alla prestazione lavorativa. Restano escluse dalla contribuzione solo le erogazioni derivanti da una causa autonoma, diversa e distinta dal rapporto di lavoro. Oltre che naturalmente le somme corrisposte al lavoratore per i titoli elencati dallo stesso articolo 12 della legge 153/1969.
Questa elencazione, ricorda la Corte, ha carattere esplicitamente tassativo e non sono quindi ammisssibili analogie ed equiparazioni. Accanto all’ampiezza del concetto di retribuzione (o reddito) imponibile va considerata la assoluta indisponibilità, da parte dell’autonomia privata, dei profili contributivi che l’ordinamento collega al rapporto di lavoro. Ne consegue, secondo la Corte, che l’indagine del giudice sull’imponibilità o meno delle somme erogate al lavoratore dal datore di lavoro non trova alcun limite nel titolo formale di tali erogazioni. L’Inps, del resto, è estraneo a ogni transazione tra datore di lavoro e lavoratore e la sua posizione non può quindi esserne pregiudicata, dal momento che il suo credito deriva direttamente dalla legge. La dichiarata volontà delle parti che hanno stipulato la transazione di escludere un nesso causale tra le erogazioni e il rapporto di lavoro non ha alcun rilievo, quando tale nesso risulti invece riscontrabile da parte del giudice nella fattispecie concreta.
Insomma, la qualificazione data dalle parti a una determinata somma corrisposta al lavoratore non impedisce all’Inps di pretendere il pagamento dei contributi. Solo il giudice può accertare la dipendenza o meno dell’erogazione dal rapporto di lavoro. Analogamente, il semplice richiamo a una delle ipotesi tassative di esclusione dall’imponibile contributivo non basta. Nel caso di specie, la Cassazione ha rilevato che la dichiarata volontà delle parti di attribuire la somma anche quale incentivo all’esodo (ossia quale elargizione finalizzata ad agevolare la fuoriuscita del dipendente dall’azienda, come tale non imponibile per legge) non era plausibile, in quanto il rapporto di lavoro era già cessato al momento della transazione.

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