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Non serve simulare il redditest

Dichiarazioni, occhio al reddito attendibile per le persone fisiche, anche se soci. Non serve simulare il redditest, quanto comprendere e documentare le fonti economiche utilizzate per fronteggiare le spese di acquisti e servizi fruiti nel corso dell’anno. Solo in tal modo il reddito dichiarato può dirsi credibile agli occhi del fisco e reggere anche in un eventuale futuro contenzioso. Anche gli studi di settore sottoposti al vaglio reddituale, così come le dichiarazioni dei soci della società a ristretta base societaria: le eventuali anomalie aprono la strada all’accertamento del reddito d’impresa o professionale.

Le recenti interpretazioni della Corte di cassazione (sent. n. 14492/2013, si veda ItaliaOggi dell’8 giugno 2013) portano alla luce un assioma che deve essere debitamente tenuto presente in sede di preparazione delle dichiarazioni dei redditi: se il contribuente non raggiunge un reddito credibile in rapporto al proprio stile di vita, anche gli altri strumenti di accertamento presuntivi acquistano maggiore credibilità. Si consideri il caso degli studi di settore, ormai ricondotti all’alveo delle semplici presunzioni, non utilizzabili in automatico in sede di accertamento. L’amministrazione finanziaria ha l’onere di invitare al contraddittorio il contribuente e valutare ulteriori elementi che possano condurre all’accertamento; il contribuente, da parte sua, ha pieno diritto a difendersi, sia in contraddittorio che in sede di giudizio, dimostrando le ragioni che hanno determinato lo scostamento dai valori stimati dallo studio di settore. E d’altra parte non può essere diversamente, posto che lo studio di settore, oltre al mero effetto «compliance», è ideato al fine soprattutto di scorgere le anomalie dichiarative dei contribuenti sul fronte della «coerenza» dei dati indicati, onde poter costruire delle specifiche liste selettive per l’attività di verifica sul campo. Che poi vi siano state peculiari interpretazioni accertative da parte degli uffici periferici è tutta un’altra storia, laddove peraltro è intervenuta la giurisprudenza a ricordare che si tratta di mere stime statistiche, aventi l’intero intervallo di confidenza quale valore attendibile (circostanza confermata dalla circolare n. 5 del 2008), mentre il valore puntuale di riferimento non rappresenta null’altro che il dato medio tra il valore minimo e massimo dell’intervallo a cui in maniera convenzionale è stato attribuito il requisito della «congruità». L’accertamento da studio di settore, però, può essere avallato mediante il ricorso a ulteriori elementi che dimostrino la non attendibilità del contribuente accertato e uno di questi, presumibilmente il più valido, è l’ammontare del reddito dichiarato non sufficiente a garantire lo stile di vita manifestato (in tale direzione si sono mossi recentemente i giudici di piazza Cavour).

Dal che sul fronte dichiarativo discende un importante corollario: a prescindere dal risultato raggiunto in sede di applicazione dello studio di settore e anche a prescindere dalle evoluzioni future che potranno aversi in tema di giurisprudenza sul redditometro, il test più importante da farsi riguarda l’attendibilità del reddito dichiarato. Sia chiaro, non serve il redditest, quanto il confronto con i dati reali del nucleo familiare del contribuente. Il redditometro si fonda su un concetto molto semplice, ossia che alla capacità di spesa può equivalere una capacità reddituale, ma ha un bel po’ di contraddizioni di fondo. In primo luogo stima una spesa (e un reddito) familiare, laddove il nostro sistema tributario è incentrato sulla tassazione individuale (e pertanto è fondamentale osservare le intere disponibilità del nucleo, a prescindere dalle vicende delle detrazioni fiscali per carichi di famiglia come talvolta qualche ufficio pretende di adottare come metodo). In secondo luogo se è pur vero che il redditometro pone un’equivalenza tra reddito e spese, è altrettanto vero che le spese sono fronteggiate con la «vil moneta», che non sempre deriva in via esclusiva da redditi dichiarati. In tale direzione, oltre a numerosissima giurisprudenza della Corte di cassazione (anche in riferimento al vecchio redditometro), si è posta ripetutamente la stessa amministrazione finanziaria a livello centrale, non soltanto con la corposa circolare n. 49 del 2007, che già evidenziava come, per esempio, si dovessero considerare le reali disponibilità dei contribuenti (quali i volumi d’affari per gli imprenditori agricoli che dichiarano solo redditi catastali), ma anche con i seguenti documenti di prassi: circolare n. 12 del 2010, secondo cui qualsiasi risparmio accumulato nel tempo e debitamente documentato è utile alla causa; circolare n. 28 del 2011, che evidenzia come sia necessario fare riferimento al reale reddito disponibile (è richiamato il caso degli immobili storici artistici, aventi una tassazione convenzionale in caso di locazione: è evidente che ciò che rileva è la locazione realmente percepita); circolare n. 25 del 2012, che richiama l’attenzione sui costi figurativi (quali i costi pluriennali, gli ammortamenti ecc.). In definitiva, il dato reddituale per Unico 2013 richiede un veloce vaglio di attendibilità complessiva, fondamentale per affrontare con serenità anche le risultanze degli studi di settore; e ciò è indispensabile anche sul fronte societario, soprattutto nei casi di ristretta base partecipativa con soci che non hanno altre fonti economiche nella vita: la non «coerenza» del reddito del socio, infatti, può portare finanche alla selezione della società.

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