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Non sappiamo leggere né contare In coda alla classifica dei Paesi Ocse

Italiani ultimi in italiano e penultimi in matematica. Una bocciatura senza appello. È quanto risulta dall’ultima indagine Ocse sulle «capacità fondamentali» della popolazione adulta (dai 16 ai 65 anni) in 24 Paesi sviluppati. E non consola certo il fatto che, rispetto alle precedenti rilevazioni, il gap con gli altri Paesi si sia ridotto. Né che, come già per lo spread dei titoli di Stato, ce la battiamo con gli eterni rivali spagnoli (penultimi nelle competenze alfabetiche e ultimi in quelle scientifiche). Mentre i francesi sono terzultimi e quartultimi.
Nordici e mediterranei
La ricerca dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico parte dalla considerazione che la rivoluzione tecnologica ha prodotto trasformazioni tali nel mondo del lavoro da richiedere una serie di abilità e conoscenze nuove. La mappa delle competenze fondamentali tracciata dall’indagine è la seguente: in cima stanno Giappone e Finlandia, seguiti dalla maggioranza dei Paesi del Nord Europa. In fondo i tre grandi Paesi mediterranei dove più morde la disoccupazione (la Grecia non è inclusa nella classifica).
Non conforta l’insistenza dell’Ocse sull’importanza della cosiddetta formazione continua. Perché se è vero che il luogo di lavoro può compensare i deficit accumulati durante l’educazione scolastica, in Paesi con un alto tasso di disoccupazione ciò equivale a un circolo vizioso: chi non lavora non può migliorare le proprie competenze e con competenze scarse sei tagliato fuori dal mercato del lavoro.
Le cifre italiane
I dati della classifica, raccolti in Italia dall’Isfol (Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori), parlano chiaro: in una scala che va da 0 a 500, il punteggio medio degli italiani nelle capacità linguistiche ed espressive (la cosiddetta «literacy») è pari a 250, contro una media Ocse di 273. Nelle competenze matematiche (la «numeracy») scendiamo a 247 (contro 269).
Uno su due senza diploma
Un dato appare particolarmente allarmante: quello degli italiani senza un diploma. Un adulto su due ne è sprovvisto contro il 27% della media Ocse (la Germania ha raggiunto l’obiettivo di Lisbona 2010: sotto il 15%). I diplomati sono il 34% e i laureati solo il 12% . E comunque un diplomato giapponese si destreggia meglio di un laureato italiano.
Nord e Sud, uomini e donne
Il divario fra Nord e Sud del Paese si conferma a tutti i livelli, ma si allarga per quelli di istruzione universitaria. Una buona notizia (finalmente) sul fronte del gap maschi e femmine. Le donne recuperano soprattutto sul versante delle competenze alfabetiche (con le giovanissime che battono i maschi anche in matematica).
Emergenza «Neet»
Ma il dato forse più drammatico è quello che riguarda i cosiddetti «Neet» (Not education, employment or training), un brutto acronimo per indicare i giovani fra i 16 e i 29 anni che non studiano né lavorano. Parliamo di oltre due milioni di persone: una vera e propria generazione perduta il cui destino si incrocia con quello dei ragazzi che abbandonano la scuola (700 mila l’anno). Il loro punteggio medio si colloca al di sotto della già poco edificante media nazionale.
In una nota congiunta il ministro del Lavoro Enrico Giovannini e quello dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza hanno ribadito il loro impegno proprio nei confronti di questi giovani: «Il governo ha già adottato diverse misure… In particolare con il decreto Lavoro dello scorso giugno e il decreto Scuola approvato a settembre sono stati stanziati complessivamente oltre 560 milioni per il triennio 2013-2015». Ma molto ancora resta da fare.

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