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Non ci giriamo intorno va tagliata la spesa pubblica

Se il Recovery Fund è un percorso a tappe, il 31 luglio segnerà una delle più importanti, perché entro quella data il governo dovrà presentare la sua legge delega sulla riforma fiscale. La legge delega per l’appunto delega il governo a occuparsi di un tema, indicando una certa direzione di marcia. Nel 2011, qualche mese prima di cadere, l’esecutivo guidato da Silvio Berlusconi aveva approvato una legge delega che prefigurava l’ Irpef a tre aliquote: sappiamo come è andata a finire.

Il governo Draghi dovrà essere più incisivo ma la navigazione è difficile. In parte per la composizione della maggioranza: la bandiera di Matteo Salvini è la flat tax al 15%, il nuovo segretario del PD Enrico Letta aderisce ormai al paradigma Sanders-Corbyn, «anche i ricchi restituiscano». Proprio una maggioranza così composita fa sì che gli obiettivi della riforma non siano chiari.

A sinistra, oggi come ieri il fisco è concepito come uno strumento di redistribuzione. La discussione sulle diseguaglianze è funzionale a un inasprimento della pressione fiscale sui ceti più abbienti. Ci sono, però, almeno due problemi. Primo, in Italia i contribuenti che dichiarano redditi superiori al 100 mila euro sono poco più dell’1% e già oggi pagano circa il 20% di tutta l’Irpef: il limone da spremere è di piccola dimensione. Secondo, già oggi i redditi più bassi non pagano imposte dirette o quasi: se anche i ricchi pagassero di più, perché i poveri ne beneficiassero dovrebbero essere studiati particolari interventi o programmi di spesa che esulano dalla questione fiscale in sé e per sé.

È difficile pensare che il problema del fisco italiano sia l’assenza di progressività. È semmai una progressività un po’ strana, che per effetto di misure stratificate nel tempo ha ormai effetti paradossali. Prendiamo il bonus Renzi: siccome decresceva da 960 euro a zero tra 24 e 26 mila euro di reddito, ha finito per alzare all’80% l’aliquota marginale (l’aliquota pagata sull’ultimo scaglione di reddito) per i contribuenti in questa fascia reddituale. Più in generale, le forti distonie all’interno del sistema (l’esempio più banale: perché i rendimenti dei titoli di Stato sono tassati meno della metà di polizze assicurative, conti correnti e fondi pensioni?) fanno sì che le aliquote effettivamente pagate dagli individui in carne ed ossa siano ben lontane dai desideri dei vari «riformatori fiscali» che si sono succeduti nel tempo. Se un problema di equità c’è è certamente più evidente in termini orizzontali (fra contribuenti con redditi di ammontare simile ma derivanti da fonti diverse) che non verticali (tra contribuenti con redditi di ammontare diverso derivanti dalla stessa fonte).

Visto da destra, l’obiettivo della riforma dovrebbe essere ridurre la pressione fiscale. Più facile a dirsi che a farsi, l’esperienza insegna. Eppure senza un obiettivo credibile di riduzione delle tasse probabilmente ogni riforma è destinata a rimanere lettera morta. In astratto, in molti sostengono che la semplificazione del sistema sarebbe un obiettivo meritevole in sé e per sé. Può essere. Ma con che cosa coincide la semplificazione?

Tutti coloro che si sono occupati del problema hanno sempre messo nel mirino una riduzione delle tax expenditure, di detrazioni, deduzioni d’imposta, crediti d’imposta, aliquote ridotte. Un fisco più equo, non c’è dubbio, dovrebbe fare piazza pulita di questi privilegi. E tuttavia questi privilegi contribuiscono a contenere il carico fiscale. La logica della flat tax era anche quella di dare qualcosa di visibile in cambio di un riordino complessivo. Il contribuente rinuncia, oggi, a un’agevolazione da cui ha tratto beneficio ma ne riceve in cambio un sistema più semplice, a una sola aliquota, verosimilmente più bassa se non di quella che pagava di quella che pensava di pagare.

Mettere ordine nelle tax expenditure senza ridurre le aliquote significa aumentare la pressione fiscale. È accettabile, nel post-pandemia? Lo può fare un governo che sostiene che questo «non è il momento di prendere ma di dare»?

Dal punto di vista dell’esecutivo, ridurre le imposte dovrebbe servire per gli effetti attesi sul lato dell’offerta. Questo non significa: «incentivare i consumi». Significa rendere più conveniente per il contribuente l’ora di lavoro in più, in questo modo agevolando un uso più proficuo dei fattori produttivi. Perché questo accada, però, la riduzione d’imposta deve essere credibile e strutturale. Se il cittadino-lavoratore-contribuente pensa di avere a che fare con un regalo una tantum, incasserà volentieri ma non cambierà i propri piani di vita. Oggi anche i più distratti sanno bene che il debito pubblico è salito dal 134,6% nel 2019 al 157,5% nel 2020. Un debito già alto significa imposte più elevate in futuro. Chi pensa che questa volta le cose andranno diversamente immagina che il sistema di trasferimenti sperimentato in Europa col Recovery Fund e gli eurobond sia destinato a diventare permanente. Una scommessa tutta da verificare. Con un debito che cresce, c’è un solo modo di rendere credibile una riduzione delle tasse: identificare chiaramente alcune spese che andranno tagliate. Fare in modo, cioè, che ogni euro di pressione fiscale in meno sia «coperto» da un euro di spesa pubblica in meno.

Senza riduzione delle imposte non c’è semplificazione fiscale efficace e politicamente possibile. Ma senza tagli alla spesa non ci sono tagli alle tasse credibili. Comunque la si guardi, è una strada in salita. L’alternativa è il semplice maquillage.

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