Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Non cala il debito se non cresce il Pil

In queste ultime settimane siamo tornati a discutere intensamente del problema che ci affligge da moltissimo tempo e cioè l’elevatezza del nostro debito pubblico. L’abbiamo fatto (paradossalmente) solo in quanto l’Italia rischia l’apertura di una procedura di infrazione da parte dalla Commissione europea e non per motivi connessi alla permanente vulnerabilità e agli scarsi margini di manovra di cui soffriamo a causa di questa gravissima criticità.
Sul tema specifico peraltro il dibattito si caratterizza spesso per analisi che tendono a trascurare alcuni punti chiave: l’elevatezza del debito pubblico non si misura in valore assoluto ma in rapporto al Pil in quanto la ricchezza prodotta da un paese rappresenta il fattore che ne determina la sua sostenibilità; se un paese presenta un eccesso di debito rispetto ad un livello di sostenibilità ritenuto adeguato (60%) c’è un solo modo per recuperare un livello accettabile ed è rappresentato dalla creazione di una solida traiettoria di sviluppo in senso discendente del rapporto debito / Pil.
Soltanto conseguendo una velocità di crescita annua del Pil nominale (crescita reale + inflazione) superiore alla velocità di crescita annua del valore nominale del debito, con un trend stabile e duraturo, si riduce progressivamente il valore del debito e quindi la vulnerabilità di un paese.
Per incidere efficacemente sul ritmo di sviluppo del Pil occorrono due elementi cruciali rappresentati dalla realizzazione di un pacchetto di riforme da attuare in modo organico e tempestivo per innalzare, nell’ambito di un progetto di risanamento e di rilancio ben strutturato e credibile, il potenziale di crescita del paese e il livello di fiducia nel futuro di famiglie ed imprese; a cui deve corrispondere un uso più efficace delle risorse pubbliche che devono essere maggiormente indirizzate a facilitare l’attuazione delle nuove riforme, a ridurre la pressione fiscale e a realizzare investimenti pubblici strategici per il buon funzionamento economico e finanziario del paese.
Se andiamo ad osservare la traiettoria di sviluppo del nostro debito/Pil dal 2007 ad oggi osserviamo che siamo passati dal 99,8% al 132,6% con una crescita del debito di 605 miliardi e del Pil nominale di 50 miliardi.
È opportuno allora, visto il lunghissimo tempo trascorso e i tanti sacrifici imposti agli italiani senza sostanziali successi, chiedersi dove abbiamo sbagliato?
Gli errori più consistenti sono stati: abbiamo indugiato sulle nostre presunte virtù in modo autoreferenziale, “la solidità del bilancio pubblico”, “la solidità del sistema bancario”, “il basso livello del nostro debito privato” ecc…; abbiamo affrontato la crisi del 2011-2012 con misure di inasprimento fiscale e restrizioni varie troppo acute e troppo concentrate nel tempo, risultate fortemente procicliche e tali da traumatizzare e destabilizzare interi settori strategici; in una situazione in cui i motori principali della crescita si depotenziavano drammaticamente (consumi interni, investimenti privati, investimenti pubblici, credito bancario, domanda estera, fiducia di famiglie e imprese) abbiamo ritenuto che adottando e perseguendo il principio del pareggio di bilancio avremmo posto il debito pubblico su uno “stabile sentiero discendente”; una pura illusione, così come sostenuto da numerosi premi Nobel dell’economia (Kenneth Arrow, Peter Diamond, William Sharpe, Eric Maskin e Robert Solow); abbiamo sempre fatto riforme in forma frammentata, poco incisiva e disancorate da un progetto su larga scala di cambiamento del paese; abbiamo utilizzato in modo inadeguato gli importanti spazi fiscali e le ampie facilitazioni finanziarie rivenienti dalle politiche superbe messe via via in campo dal Governatore Draghi, sfruttando male il guadagno di tempo da esse derivante; non abbiamo capito che il debito privato è uno dei principali propellenti per ridurre il debito pubblico e non abbiamo quindi agito in modo utile e tempestivo per preservare la forza propulsiva del credito bancario.
È ora quindi di cambiare velocemente strategia! Il tempo per aspettare l’esito delle prossime elezioni politiche non c’è. Occorre una strategia imperniata su una azione simmetrica, finalizzata ad innalzare il potenziale di crescita e ad abbassare la vulnerabilità e che produca riforme efficaci che liberino il paese dai suoi mali cronici (eccesso di burocrazia, apparati pubblici nemici dell’economia, giustizia inefficiente, fiscalità opprimente, infrastrutture scadenti) ed una lotta davvero potente all’evasione fiscale, anche sperimentando nuove modalità di aggressione, affinché entrino nuove risorse nel bilancio pubblico da destinare ad investimenti in riforme strutturali e in infrastrutture.
Senza questi interventi a vasto raggio il nostro paese è destinato a non ritrovare mai un ritorno ad un sano sviluppo di spessore; a non cambiare in modo adeguato la traiettoria di sviluppo del rapporto debito/Pil; e a restare quindi molto vulnerabile agli shock avversi che sono destinati a verificarsi ciclicamente nell’economia mondiale.
Esserne consapevoli può essere un buon viatico ma evidentemente non basta.

Giuseppe Maria Pignataro

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Un voluminoso dossier, quasi 100 pagine, per l’offerta sull’88% di Aspi. Il documento verrà ana...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

La ripresa dell’economia americana è così vigorosa che resuscita una paura quasi dimenticata: l...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Ancora prima che l’offerta di Cdp e dei fondi per l’88% di Autostrade per l’Italia arrivi sul ...

Oggi sulla stampa